il caso
Usa e Israele a caccia dei 440 chili di uranio arricchito al 60% dell'Iran: secondo gli esperti bastano per costruire almeno 10 bombe atomiche
Servizi di Tel Aviv e americani cercano il deposito nucleare degli ayatollah: localizzazione ancora incerta dopo i raid e si valutano operazioni speciali
Droni e satelliti spia di Stati Uniti e Israele sono impegnati in una frenetica, silenziosa caccia al tesoro. Il bersaglio non è un leader nemico, bensì una quantità di materiale in grado di alterare gli equilibri del Medio Oriente: 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%. È l’ammontare che, secondo gli ultimi riscontri disponibili prima dei bombardamenti aerei del giugno 2025, l’Iran aveva accumulato.
Un dato che scuote le cancellerie occidentali perché 440,9 kg di uranio al 60% basterebbero, se ulteriormente raffinati, per alimentare tra i 10 e 11 ordigni atomici. La regola empirica condivisa dagli analisti indica infatti che servono circa 42-50 kg di questo materiale per ottenere, portandolo al 90% di arricchimento (weapon-grade), la quantità necessaria per una singola bomba nucleare. Il passaggio dal 60% al 90% è un salto relativamente rapido e richiede solo “settimane, non mesi”.
A rendere il quadro ancora più allarmante è la forma chimica della scorta: per lo più esafluoruro di uranio (UF6) allo stato gassoso, un composto pronto per essere immesso direttamente nei rotori delle centrifughe, riducendo drasticamente i tempi per un’eventuale militarizzazione.
La domanda che ossessiona oggi i servizi d’intelligence è la collocazione fisica di questo stock. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) era riuscita a verificare direttamente 432,9 kg, stimando il resto. La produzione aveva subito un’accelerazione marcata nei primi mesi del 2025: da 274,8 kg a febbraio fino a 440,9 kg il 13 giugno. Dopo i raid aerei del giugno 2025, che hanno colpito impianti cruciali come Isfahan, Fordow e Natanz, la situazione è precipitata in una pericolosa “zona grigia”. L’AIEA ha denunciato ritardi significativi nelle verifiche e l’impossibilità di accedere ad alcuni siti bombardati. Secondo fonti governative statunitensi e israeliane, gran parte della riserva sarebbe oggi inaccessibile, letteralmente sepolta sotto le macerie delle strutture sotterranee colpite dagli strike. Nonostante ciò, il direttore generale dell’AIEA, Rafael Mariano Grossi, ha confermato a fine 2025 che il materiale al 60% “è ancora in Iran”, pur senza una localizzazione puntuale e certificata.
Di fronte a questa incertezza, Washington e Gerusalemme valutano più piste operative. Da un lato prosegue il monitoraggio persistente tramite satelliti e droni per intercettare ogni possibile movimentazione dei lotti di UF6; dall’altro si esercita una forte pressione diplomatica affinchè Teheran ripristini il pieno accesso agli ispettori dell’AIEA, così da riattivare la fondamentale “cassetta nera” della contabilità nucleare. Sul tavolo esiste anche un piano estremo, discusso a Washington nella prima decade di marzo 2026: un’operazione chirurgica sul terreno, condotta da forze speciali, per sequestrare o neutralizzare l’uranio. Parallelamente, non si spegne la tenue ipotesi di una via negoziale. Nel febbraio 2026 Teheran ha aperto alla possibilità di “diluire” parte dell’uranio al 60%, riportandolo a livelli di arricchimento non allarmanti sotto supervisione tecnica, in cambio della revoca delle sanzioni economiche.
