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Ora Trump chiede aiuto per "liberare" lo Stretto di Hormuz e minaccia gli alleati riluttanti: mistero sui sette paesi "chiamati" dal presidente Usa

La Casa Bianca propone una coalizione navale per riaprire lo Stretto di Hormuz: alleati esitano, Pechino vulnerabile ma non si schiera

16 Marzo 2026, 08:01

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Ora Trump chiede aiuto per "liberare" lo Stretto di Hormuz e minaccia gli alleati riluttanti: mistero sui sette paesi "chiamati" dal presidente Usa

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Nella notte tra il 15 e il 16 marzo 2026, a bordo dell’Air Force One di ritorno dalla Florida, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rivolto un monito ai partner internazionali: Washington ha chiesto a “circa sette Paesi” di dar vita a una coalizione navale per fare polizia nelle acque incandescenti dello Stretto di Hormuz. Obiettivo dichiarato: scortare il traffico mercantile e riaprire i corridoi dell’energia globale.

Per ora, però, la risposta estera si è tradotta in cautele, smentite ed esitazioni. Il messaggio della Casa Bianca è inequivoco: gli Stati Uniti non intendono più assumersi per intero l’onere della sicurezza in un’area dalla quale dipendono sempre meno.

I numeri lo confermano: nel 2024 solo tra il 7 e il 9% del greggio importato dagli USA proveniva dal Golfo Persico, minimo storico in decenni, complice l’aumento della produzione interna.

Benché Washington non sia immune dagli effetti globali su prezzi dei carburanti e inflazione, la sua dipendenza fisica è oggi esigua rispetto ad altre potenze.

Nella visione di Trump, il peso della sicurezza deve ricadere soprattutto su chi vive del petrolio mediorientale. Nel mirino c’è anzitutto Pechino. Il presidente ha affermato davanti ai giornalisti che la Cina dipende per “circa il 90%” dal greggio che transita nello Stretto, spingendosi a ventilare il rinvio di un imminente viaggio in Asia per incrementare la pressione diplomatica.

Una percentuale che molti osservatori giudicano “mediatica”: nel 2025 la Cina ha importato dal Golfo circa il 55% del suo fabbisogno, pari a 6,4 milioni di barili al giorno, a cui si sommano volumi cruciali di gas naturale liquefatto dal Qatar.

Resta, tuttavia, elevatissima la vulnerabilità energetica di Pechino. Il Dragone non ha comunque aderito a una missione a guida statunitense; al contrario, continua a invocare la “de-escalation” e fa affidamento su riserve strategiche stimate in oltre un miliardo di barili per salvaguardare il proprio target di crescita.

I freni alla coalizione non provengono solo dai rivali. Anche alleati di lungo corso mostrano riluttanza. Nel Regno Unito, il premier Keir Starmer condivide l’urgenza di sbloccare la navigazione, ma mantiene una marcata reticenza verso un coinvolgimento militare diretto, limitandosi a mosse sul piano politico e legale: un distacco che Trump ha pubblicamente “annotato”.

La Francia, per bocca di Emmanuel Macron, adotta un approccio più proattivo ma alternativo: Parigi spinge per una missione europea “puramente difensiva”, da varare quando la “fase più calda” sarà superata, rifiutando di fatto un comando a trazione USA.

Parallelamente, l’Unione Europea valuta strumenti di copertura del rischio per frenare la corsa dei premi assicurativi, schizzati a livelli quadruplicati o sestuplicati in una sola settimana dopo attacchi con droni e missili e minacce di mine navali di matrice iraniana.

In Asia prevale il “triage energetico”. Paesi altamente esposti come Giappone e Corea del Sud mantengono un profilo basso, valutano opzioni “caso per caso” e preparano “piani B” per rotte e forniture alternative, evitando impegni militari potenzialmente divisivi sul fronte interno. Anche l’India, penalizzata dall’impennata del proprio “crude basket” oltre 85 dollari al barile, studia esclusivamente scorte armate per navi battenti bandiera nazionale, evitando accuratamente la parola “coalizione”.

Il collo di bottiglia di Hormuz resta il rubinetto vitale del pianeta: in condizioni normali vi transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio (20-21 milioni di barili al giorno) e una quota analoga del GNL globale.

Eppure, lo schieramento di forze navali straniere in un quadrante così esplosivo è gravato da ostacoli significativi: timori per un comando e controllo esclusivamente americano, assenza di regole d’ingaggio codificate e, soprattutto, il rischio elevatissimo di fungere da moltiplicatore di un’escalation militare in acque prossime all’<strong;>Iran.</strong;>

Al momento, l’appello di Donald Trump alle “sette bandiere” resta un esercizio sulla carta: la necessità condivisa di garantire un transito sicuro si scontra con i calcoli politici e giuridici di ciascun governo.