il conflitto
Stretto di Hormuz, Crosetto frena i venti di guerra: «Nessuna missione italiana senza tregua e mandato Onu»
Roma si sfila dalle letture belliciste: il ministro della Difesa ha dettato le condizioni per l'impegno nel Golfo. Sullo sfondo, il nodo dell'operazione europea Aspides e il blocco del cruciale snodo energetico globale
I radar puntati sul Stretto di Hormuz, solitamente tra i crocevia marittimi più trafficati al mondo, in queste ore restituiscono un quadro rarefatto: le rotte si diradano, gli armatori trattengono il respiro.
In questo clima di massima tensione geopolitica ed economica, l’Italia traccia una linea rossa netta: Roma non parteciperà a missioni di guerra e rifiuta il coinvolgimento in un teatro ostile alle porte dell’Iran in assenza di chiari presupposti politici e giuridici.
A dissipare le “interpretazioni totalmente errate” circolate nelle ultime ore è intervenuto il ministro della Difesa Guido Crosetto. Con una nota diffusa nella serata di giovedì 19 marzo 2026, il titolare della Difesa ha precisato che l’Italia non oltrepasserà Hormuz finché non si realizzeranno due condizioni imprescindibili: una tregua effettiva e un’iniziativa multilaterale ampia, fondata su una solida cornice legale garantita dalle Nazioni Unite.
La puntualizzazione arriva per rimettere ordine nella postura italiana dopo che, nei giorni scorsi, un documento circolato tra alcuni partner europei e internazionali aveva alimentato letture belliciste. La mossa di Crosetto mira a congelare tali interpretazioni, riallineando la bussola diplomatica alla de-escalation e al rispetto del diritto internazionale.
Un “equilibrismo italiano” affidato al delicato equilibrio tra la necessaria tutela della libertà di navigazione e il rifiuto di un’escalation militare potenzialmente rovinosa. Una cautela condivisa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha sollecitato una gestione europea coordinata e volta ad abbassare le tensioni.
Nel frattempo, Bruxelles ha prorogato fino al 28 febbraio 2027 l’operazione EUNAVFOR Aspides, estendendone l’ombrello di sorveglianza verso Hormuz con un budget prossimo ai 15 milioni di euro per i costi comuni, mantenendo però regole d’ingaggio limitate alla scorta difensiva e all’autoprotezione.
Anche la Francia di Emmanuel Macron si muove con circospezione: il 9 marzo ha evocato una futura missione navale “puramente difensiva” a tutela dei flussi energetici, da attivare solo “dopo la fine della fase più calda del conflitto”.
La posta in gioco è enorme. Hormuz è il principale chokepoint energetico del pianeta: da questo imbuto transita circa un quinto dei consumi mondiali di petrolio e quasi il 20% del commercio globale di GNL. Nel primo trimestre del 2025 il passaggio superava i 20 milioni di barili al giorno, senza contare gli imponenti volumi di gas naturale liquefatto in uscita dal Qatar.
Nei giorni più tesi di questo marzo, i transiti si sono quasi azzerati, con cronache che segnalano appena due navi in 24 ore.
Per l’Unione europea si tratta di una chiusura “arbitraria”, più legata all’elevatissimo rischio operativo percepito dagli armatori — e ai conseguenti premi assicurativi schizzati alle stelle — che a una barriera fisica effettiva.
In questo quadro, il chiarimento di Roma vale su due piani. Operativamente, la Marina Militare proseguirà le attività di sorveglianza e di difesa antiaerea e navale nelle aree di responsabilità di Aspides, evitando però di sconfinare in “avventure” ostili.
Sul versante economico, il segnale ai mercati è di stabilità: l’Italia resta impegnata a tutelare la libertà di navigazione e a lavorare per una riapertura in sicurezza dello Stretto, opponendosi alla trasformazione di Hormuz in un nuovo fronte di guerra.
La priorità dichiarata è riportare al centro l’ombrello delle Nazioni Unite, riducendo il rischio che le missioni di scorta vengano percepite come coercitive e favorendo il coinvolgimento di attori regionali — dai Paesi del Golfo all’India — che reclamano neutralità nei dispositivi di protezione. Una strategia di prudenza attiva, in attesa che maturino le condizioni politiche e legali indicate da Roma.
