LA GUERRA
La risposta dell'Iran all'ultimatum di Trump: «State trascinando gli Stati Uniti in un inferno»
Le parole del presidente del Parlamento iraniano non sono solo propaganda di guerra: arrivano nel punto più fragile del confronto
Dopo l'ultimatum lanciato questa mattina da Trump, poco fa da Teheran è arrivato la risposta, un messaggio che suona come un avvertimento e insieme come una diagnosi della fase attuale: “State trascinando gli Stati Uniti in un inferno”. A scriverlo su X non è stato un commentatore né un comandante periferico, ma Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, una delle figure più influenti dell’architettura politica della Repubblica islamica. Nel suo affondo contro Donald Trump, Ghalibaf accusa Washington di muoversi in modo sconsiderato e lega l’eventuale escalation agli “ordini di Benjamin Netanyahu”, aggiungendo che, se quella linea sarà seguita, “tutta la nostra regione brucerà”.
La frase, per tono e bersaglio, segna un salto ulteriore. Non è il linguaggio abituale di una protesta diplomatica. È il lessico di una deterrenza esplicita, costruita per parlare contemporaneamente a più pubblici: alla Casa Bianca, a Israele, ai Paesi arabi del Golfo e anche all’opinione pubblica americana. Quando Ghalibaf scrive che le mosse di Trump stanno trascinando gli Stati Uniti “in un vero e proprio inferno per ogni singola famiglia”, la leadership iraniana prova a trasformare il conflitto da questione di sicurezza esterna a costo politico interno per l’America.
Il messaggio di Ghalibaf: non solo una minaccia, ma una linea politica
Ghalibaf afferma che Trump non otterrà nulla “commettendo crimini di guerra” e sostiene che “l’unica vera soluzione” sia rispettare i diritti del popolo iraniano e fermare un “gioco pericoloso”. Il punto centrale, al di là della formula polemica, è duplice: da un lato Teheran segnala di considerare inaccettabili le minacce americane contro infrastrutture energetiche e ponti; dall’altro prova a collocare Washington sul terreno più scivoloso, quello della legalità internazionale.
Che a parlare sia proprio Mohammad Bagher Ghalibaf rende il messaggio ancora più significativo. Ex comandante dei Pasdaran, ex sindaco di Teheran e figura di primo piano del campo conservatore, Ghalibaf non è soltanto il presidente del Majles, il Parlamento iraniano: è uno degli uomini che, per biografia e peso istituzionale, collegano la sfera politica, quella securitaria e quella militare del sistema iraniano. Da anni viene descritto come un esponente duro ma capace di muoversi anche sul terreno negoziale quando serve agli interessi strategici del Paese.
Il suo intervento, dunque, va letto come qualcosa di più di uno sfogo. È un segnale deliberato: la Repubblica islamica lascia intendere che eventuali attacchi americani a infrastrutture critiche non verrebbero interpretati come un episodio limitato, ma come l’innesco di una risposta regionale.
Che cosa ha detto Trump e perché la data chiave è martedì 7 aprile
L’avvertimento iraniano arriva dopo nuove minacce pubbliche di Donald Trump contro l’Iran. Il presidente americano ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, sostenendo che, se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti potrebbero colpire duramente infrastrutture considerate vitali, inclusi impianti elettrici e ponti, con un orizzonte temporale che punta a martedì 7 aprile 2026 come data di possibile ulteriore escalation. Nelle stesse ore, però, Trump ha anche evocato la possibilità di un accordo, lasciando intravedere una linea oscillante tra ultimatum e apertura tattica.
Questa alternanza fra minaccia e negoziato non è un dettaglio di stile. È uno dei fattori che più aumentano l’incertezza. Per Teheran, un messaggio ambiguo può essere letto come pressione coercitiva. Per gli alleati degli Stati Uniti, soprattutto quelli che ospitano basi militari o infrastrutture energetiche strategiche, significa dover calcolare il rischio di rappresaglie in tempi rapidissimi. Per i mercati, infine, equivale a un premio di rischio permanente.
Perché Teheran tira in ballo Netanyahu
Nel messaggio di Ghalibaf compare un riferimento diretto a Benjamin Netanyahu. Non è casuale. La leadership iraniana cerca da settimane di rappresentare la pressione americana come il prolungamento della strategia israeliana e di delegittimare così Washington nel mondo arabo e nei Paesi non allineati. Dire a Trump “stai seguendo gli ordini di Netanyahu” significa presentare gli Stati Uniti non come attore autonomo, ma come potenza trascinata da Israele in una guerra più ampia.
È una formula utile a Teheran per almeno tre ragioni. Primo: salda il conflitto in corso al tradizionale racconto iraniano di resistenza contro l’asse USA-Israele. Secondo: aumenta la pressione sui partner arabi di Washington, che temono di essere coinvolti in una guerra percepita dalle loro opinioni pubbliche come guidata da interessi altrui. Terzo: cerca di far apparire Trump meno padrone dell’escalation di quanto la sua retorica lasci intendere.
La minaccia regionale non è retorica vuota
Che l’Iran stia facendo intendere possibili ritorsioni su scala più ampia non è soltanto una lettura interpretativa. In altre dichiarazioni riportate nelle scorse settimane, apparati iraniani e media vicini al potere hanno ventilato la possibilità di prendere di mira infrastrutture energetiche e critiche nella regione se Washington dovesse colpire impianti indispensabili in Iran. Al-Monitor, citando dichiarazioni diffuse dalla televisione di Stato iraniana e da ambienti militari, ha riferito che Teheran ha evocato come possibili bersagli non solo strutture israeliane ma anche impianti in Paesi della regione che ospitano basi americane.
Questo non significa che un simile scenario sia inevitabile. Significa però che la minaccia è coerente con una logica già esplicitata: trasformare l’attacco alle infrastrutture iraniane in un costo distribuito su tutto il sistema regionale. È la classica deterrenza asimmetrica iraniana: se non può pareggiare la superiorità militare americana sul piano convenzionale, prova a moltiplicare i fronti del danno.