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12 aprile 2026 - Aggiornato alle 00:53
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il vertice

La tregua tra Usa e Iran è appesa a un filo: lo scontro sulle navi, sul Libano e su Hormuz

JD Vance e Qalibaf faccia a faccia in Pakistan, ma a dettare le regole sono le flotte. Tra richieste di danni di guerra e l'incognita libanese, l'accordo per la navigazione sembra sempre più lontano.

11 Aprile 2026, 22:48

22:50

 La tregua tra Usa e Iran è appesa a un filo: lo scontro sulle navi, sul Libano e su Hormuz

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Nel tratto di mare più strategico del pianeta si sovrappongono oggi tre registri inconciliabili: la diplomazia, la forza militare e la coercizione.

Mentre a Islamabad le delegazioni di Stati Uniti e Iran tentano faticosamente di sostenere un fragile cessate il fuoco, le acque dello Stretto di Hormuz tornano a incresparsi, trasformando un collo di bottiglia largo poche decine di chilometri nel barometro dell’intera crisi globale.

I colloqui in Pakistan avrebbero dovuto consolidare la tregua di due settimane annunciata nei giorni scorsi. L’eccezionalità e la gravità del confronto sono rese evidenti dall’altissimo profilo dei rappresentanti: il vicepresidente americano JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf.

Al centro del negoziato vi è il controllo del passaggio, che Teheran considera la propria principale leva strategica e che Washington, al contrario, intende mantenere aperto alla navigazione militare e commerciale internazionale.

Le “linee rosse” fissate dalla Repubblica islamica complicano ulteriormente il tavolo: Teheran esige compensazioni per i raid subiti il 28 febbraio 2026, lo sblocco di fondi congelati e un allentamento della pressione militare nella regione, inclusa la cessazione degli attacchi israeliani in Libano contro Hezbollah, che hanno già provocato oltre duemila vittime.

Sul fronte marittimo la tensione ha sfiorato la collisione. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha annunciato l’avvio di operazioni per la bonifica delle mine navali attribuite alle Guardie della Rivoluzione Islamica.

Per garantire questo nuovo “corridoio sicuro”, i cacciatorpediniere USS Frank E. Peterson e USS Michael Murphy hanno attraversato lo Stretto. Il passaggio ha innescato una vera e propria guerra di narrazioni: media vicini all’establishment di Teheran hanno diffuso la notizia di un durissimo ultimatum iraniano che avrebbe minacciato di “colpire la nave americana entro 30 minuti” se non avesse invertito la rotta. Mentre il Pentagono conferma il transito, i media di Stato iraniani lo smentiscono. La diplomazia avanza così sotto l’ombra delle armi, senza margini di errore.

La posta in gioco supera i confini mediorientali e investe l’intera economia globale. Attraverso Hormuz transita circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio. La U.S. Energy Information Administration (EIA) ha avvertito che un blocco o anche solo una limitazione della rotta prefigurano uno scenario di stress in cui il Brent potrebbe schizzare fino a 115 dollari al barile nel secondo trimestre del 2026, con ripercussioni immediate su inflazione e trasporti.

I segnali sono già tangibili: dopo l’annuncio della tregua dell’8 aprile, il traffico marittimo è precipitato dalle oltre 100 navi al giorno in tempi ordinari a appena 12-14 imbarcazioni, segno di una fiducia degli armatori ridotta al lumicino.

La crisi ha imposto drastici tagli alla produzione energetica anche ad Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti, le cui infrastrutture alternative non riescono a compensare la strozzatura. In questo scacchiere, a Islamabad non si sta negoziando una pace vera e propria, bensì il grado di instabilità ritenuto tollerabile dalle parti. Qualsiasi progresso appare reversibile finché lo stretto resterà insieme corridoio energetico, strumento di pressione per l’Iran e banco di prova per gli Stati Uniti. Oggi la misura reale della tregua non si legge nei comunicati finali, ma nel numero di navi che riescono ad attraversare indenni quelle acque.