il retroscena
Trump, l’Italia e la ferita atlantica: perché lo scontro con Roma pesa più di un post su Truth
Dalla base di Sigonella al caso Papa Leone XIV, l’ennesimo affondo del presidente Usa apre una crepa politica e simbolica che va oltre l’incidente diplomatico
C’è una frase, più di ogni altra, che fotografa il clima del momento: “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro”. In tempi ordinari suonerebbe come l’iperbole di un leader incline alla provocazione; nel pieno di una crisi internazionale, pronunciata dal presidente degli Stati Uniti, diventa invece un messaggio politico indirizzato a Roma, agli alleati europei e all’opinione pubblica americana.
Nel mirino, questa volta, c’è l’Italia guidata da Giorgia Meloni, finita sotto attacco di Donald Trump dopo il caso della base di Sigonella e dopo il duro dissenso espresso dalla premier sulle sue parole contro Papa Leone XIV. E non mancano le reazioni.
Tutto nasce da un rilancio su Truth Social: Trump ha condiviso un articolo del Guardian del 31 marzo 2026 dedicato alla presunta — poi sostanzialmente confermata — negazione dell’uso della base siciliana di Sigonella ad alcuni velivoli militari statunitensi diretti verso il Medio Oriente. Secondo quella ricostruzione, gli aerei avrebbero dovuto effettuare uno scalo in Sicilia prima di proseguire verso il teatro di guerra legato al confronto con l’Iran.
La questione, però, non era soltanto operativa: aveva una rilevante dimensione giuridica e politica.
L’ennesima stoccata del presidente americano non arriva nel vuoto, ma dopo giorni di crescente frizione con Palazzo Chigi. Nel suo schema, chi non si allinea rischia di essere esposto pubblicamente come alleato inaffidabile.
L’Italia, che fino a poche settimane fa appariva tra i partner europei più dialoganti con la nuova amministrazione, si è ritrovata all’improvviso dall’altra parte del tavolo.
Il passaggio cruciale è proprio questo: Trump non si limita a lamentare un mancato supporto operativo. Trasforma l’episodio in un giudizio complessivo sul rapporto bilaterale, quasi a suggerire che la protezione strategica americana non sia un pilastro strutturale dell’alleanza, bensì una contropartita da guadagnare.
È una virata retorica che parla il linguaggio della forza più che quello delle tradizionali relazioni tra alleati Nato.
Sul caso Sigonella, tuttavia, distinguere tra propaganda e fatti è essenziale.
Il Guardian sosteneva che l’Italia avesse negato l’uso della base a velivoli Usa che trasportavano armamenti per la guerra contro l’Iran. La versione è stata poi confermata, con importanti sfumature: il diniego c’è stato, ma secondo fonti italiane non va interpretato come una rottura politica con Washington, bensì come l’applicazione del quadro normativo che disciplina l’impiego delle installazioni statunitensi sul territorio nazionale.
Il piano di volo sarebbe stato comunicato mentre gli aerei erano già in aria, senza preventiva autorizzazione e senza il tempestivo coinvolgimento delle autorità militari italiane.
Dalle verifiche sarebbe inoltre emerso che non si trattava di semplici voli logistici o tecnici. Qui si innesta il nodo giuridico: per un utilizzo di questo tipo non basta il regime ordinario previsto dagli accordi bilaterali; occorrerebbe un passaggio politico diverso, con tempi e procedure compatibili anche con un eventuale coinvolgimento del Parlamento.
Non si è trattato, dunque, di una chiusura delle basi, ma di un “no” circoscritto. È la distinzione che il governo ha messo in chiaro fin dall’inizio.
Da Palazzo Chigi è arrivata una linea netta: nessun cambio di rotta, nessuna crisi con gli alleati, ma pieno rispetto degli accordi internazionali e delle procedure già note.
Euronews, richiamando la dichiarazione ufficiale dell’esecutivo, ha sottolineato proprio questo punto: il rifiuto va letto entro un perimetro legale e procedurale, non come segnale di rottura politica.
Anche il Pentagono ha ribadito che l’Italia “rispetta i trattati” e continua a garantire supporto in termini di accesso, basi e diritti di sorvolo.
Roma non ha “chiuso le basi” agli Stati Uniti: ha negato un’autorizzazione specifica in una circostanza specifica, ritenendo che la richiesta non rientrasse nell’ambito automatico previsto dagli accordi. Una sfumatura che al grande pubblico può apparire tecnica, ma che in diplomazia e nel diritto della difesa fa tutta la differenza. Ora l'Italia reagisce dopo l'ennesimo attacco frontale di Trump al governo Meloni. «Il problema non è Trump contro il nostro Paese. Trump è pazzo, non è che Trump attacca l’Italia, Trump sta attaccando la Meloni. Sta attaccando la Meloni perché, dice lui, si è rimangiata la parola, perché gli aveva promesso chissà cosa». Lo afferma Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ad Agorà Rai Tre.
Le guerre «entrano di forza nei bilanci delle famiglie e delle aziende, è ora che la diplomazia sia in Ucraina che in Iran torni a prevalere». Lo ha detto il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini parlando a Mattino 5. "Nessuno ha nostalgia dei tagliagole islamici ma non si può pensare ad altri mesi di conflitto con le petroliere bloccate. L'Italia non è in guerra". «Trump non è matto, ha detto, ha una strategia che è l'interesse americano e in questi ultimi mesi non coincide con quello italiano. A questo aggiungiamo un’Europa sorda e assente che mi impedisce di aiutare con tutti i soldi che vorremmo usare gli italiani in difficoltà. Occorre cambiare delle regole europee che in questo momento rischiano di massacrarci. Quando chiediamo la pace non è un attacco a Trump o Putin o a Zelensky. Questo è il momento di risedersi al tavolo». «Vogliamo usare i soldi che gli italiani ci danno con le loro tasse - ha detto ancora - per aiutare gli italiani in difficoltà. Nonostante le guerre in corso le regole europee, il patto di stabilità, il green deal, il vincolo al tetto degli aiuti di Stato non ci permettono di usare i soldi degli italiani per aiutare altri italiani. La follia è che ci dicono che stiamo male ma non malissimo. E’ come se ci dicessero che il malato è grave ma non moribondo. E’ demenziale. O L’Europa ci permette di cambiare queste regole o lo facciamo da soli». «Si possono spendere più soldi, ha detto ancora, solo per spese militari. Posso spendere dieci miliardi che ho per bloccare il costo delle bollette per il 2026? Chiedo quanto meno di spendere gli stessi soldi per aiutare chi non ce la fa. O ce lo faranno fare in fretta o penso che l’intero Governo deciderà di farlo lo stesso».
