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18 aprile 2026 - Aggiornato alle 20:08
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LE MANIFESTAZIONI

Milano, il pomeriggio in cui la città si è fermata: idranti, fumogeni e tensione attorno al corteo dei Patrioti

Dalle vie eleganti di Porta Venezia al cuore blindato del centro: come una giornata annunciata da giorni si è trasformata in un braccio di ferro

18 Aprile 2026, 17:29

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Milano, il pomeriggio in cui la città si è fermata: idranti, fumogeni e tensione attorno al corteo dei Patrioti

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Oggi a Milano da una parte piazza Duomo, blindata e piena di bandiere della Lega e dei Patrioti per l’Europa; dall’altra, a poche centinaia di metri, cortei distinti ma convergenti, con parole d’ordine che parlano di migrazioni, Palestina, antifascismo e contestazione sociale. In mezzo, la città amministrata, sorvegliata, deviata: fermate della metropolitana chiuse, traffico ridisegnato, forze dell’ordine schierate per evitare che la contrapposizione politica si trasformi in un contatto diretto.

Il risultato è stato un sabato ad alta densità simbolica, prima ancora che numerica. In piazza Duomo hanno sfilato la Lega e gli alleati dei Patrioti europei, con una partecipazione indicata attorno ai 2mila presenti secondo le ricostruzioni circolate nelle cronache della giornata; contemporaneamente si sono mossi tre contro-cortei, diversi per composizione e linguaggio politico ma accomunati dall’opposizione all’iniziativa leghista. Dal palco, il ministro Giuseppe Valditara ha richiamato la necessità di difendere i valori dell’Occidente, rivendicando un’idea di patriottismo presentata come non aggressiva; il leader leghista Matteo Salvini ha invece insistito su un’Europa da rifondare su pace, lavoro e sicurezza.

Il punto di collisione non è stato solo fisico, ma politico e simbolico. Da una parte il raduno dei Patrioti per l’Europa, promosso dalla Lega in piazza Duomo, con la presenza annunciata di Matteo Salvini e di altri esponenti della destra europea; dall’altra una galassia composita di opposizioni, associazioni, reti civiche, attivisti pro Palestina, centri sociali e movimenti antagonisti, scesi in strada per contestare un evento percepito da molti come la vetrina italiana della parola più divisiva delle ultime settimane: “remigrazione”.

Tra i tre cortei di protesta organizzati in città, quello partito da piazza Tricolore era il più temuto sul piano dell’ordine pubblico. Secondo le informazioni circolate nelle ore precedenti e confermate dai resoconti della giornata, era composto da realtà dell’area antagonista, con presenze riconducibili a centri sociali come Lambretta, Zam e ad altre sigle della sinistra radicale milanese. Proprio da quel tratto urbano, tra il quadrante di Porta Venezia e l’asse verso il centro, è emersa la frangia più conflittuale della protesta.

Una città preparata allo scontro

La giornata non ha colto di sorpresa nessuno. Da giorni era chiaro che Milano avrebbe vissuto un sabato ad alta densità politica e ad alto rischio sicurezza. Il raduno dei Patrioti era stato annunciato già a inizio marzo e rilanciato come appuntamento europeo dal gruppo che riunisce, tra gli altri, la Lega, il Rassemblement National e Fidesz. Lo slogan scelto per la manifestazione — “In Europa padroni a casa nostra” — aveva contribuito ad accendere il clima, così come il dibattito attorno al tema della remigrazione, contestato dalle opposizioni e da una parte del mondo associativo e istituzionale milanese.

Per questo la macchina della sicurezza era scattata con largo anticipo. I quotidiani locali parlavano già in vigilia di un impiego straordinario di uomini e mezzi, con quasi 700 agenti richiamati anche da fuori città a presidio del centro e dei punti sensibili. La Questura ha disposto la chiusura della fermata Duomo della metropolitana dalle 11, seguita da quella di Palestro dalle 12, proprio in funzione del corteo leghista in arrivo verso piazza Duomo e dei contemporanei controcortei.

Non si trattava soltanto di contenere manifestazioni separate, ma di impedire che i diversi flussi si avvicinassero troppo. Il corteo della Lega era previsto da Porta Venezia a piazza Duomo; i cortei contrari si muovevano da piazza Lima, piazza Argentina e piazza Tricolore, con convergenza indicata verso piazza Santo Stefano, a poche centinaia di metri dal cuore della manifestazione dei Patrioti. In una geografia così compressa, bastava poco per far saltare gli equilibri.

Il fronte di piazza Tricolore e la prima impennata della tensione

Il tratto più critico si è sviluppato proprio attorno al corteo antagonista proveniente da piazza Tricolore. È qui che una parte dei manifestanti ha cercato di forzare il dispositivo delle forze dell’ordine, entrando in contatto con le barriere mobili e con i mezzi blindati schierati per contenere l’avanzata. In quei momenti sono stati lanciati petardi e fumogeni, mentre gli agenti hanno risposto respingendo un gruppo quantificato in circa un centinaio di manifestanti anche con l’uso degli idranti.

La dinamica, per come si può ricostruire dalle fonti disponibili, racconta di un corteo che non si è limitato alla contestazione simbolica. La scelta di colpire il cordone di contenimento con materiale pirotecnico e di avvicinarsi ai mezzi blindati segnala un cambio di postura: dal corteo al corpo a corpo. È in questo passaggio che la piazza smette di essere soltanto espressione politica e diventa un terreno tecnico di gestione dell’ordine pubblico.

Le immagini video diffuse nel pomeriggio mostrano infatti l’intervento degli idranti contro i manifestanti dell’area antagonista. È un tipo di risposta che le forze dell’ordine tendono a utilizzare quando devono spezzare un fronte compatto senza ricorrere immediatamente a un contatto più ravvicinato e più rischioso. In un contesto urbano stretto, con strade laterali, arredo urbano e presenza di altri cortei nelle vicinanze, l’obiettivo appare evidente: evitare lo sfondamento e contenere la pressione verso il centro.

Perché il corteo dei Patrioti ha acceso un conflitto più largo

Per capire il livello dello scontro bisogna guardare oltre la cronaca spicciola dei lanci e delle cariche. La manifestazione di piazza Duomo non era un appuntamento ordinario. Nella lettura dei promotori, doveva essere una grande iniziativa europea sui temi della sicurezza, del lavoro e dell’identità. Nella lettura dei contestatori, invece, rappresentava un tentativo di normalizzare, nel cuore di Milano, un lessico politico giudicato discriminatorio e ostile verso migranti e minoranze.

A rendere ancora più sensibile la giornata è stata la polemica sul percorso concesso al corteo leghista, giudicato da alcuni ambienti della sinistra e dell’associazionismo come una sorta di appropriazione simbolica delle strade tradizionalmente attraversate dalla manifestazione del 25 Aprile. Non è un dettaglio secondario, a Milano: qui la topografia della memoria ha un peso politico concreto, e il passaggio tra Palestro, Porta Venezia e il Duomo non è mai neutro.

In questo quadro si spiega la moltiplicazione delle mobilitazioni: la rete No ai Cpr, i collettivi universitari, i gruppi Antifa, i centri sociali, settori della sinistra istituzionale, l’Anpi in alcune sue rappresentanze, e persino un’iniziativa parallela promossa da una componente di Forza Italia Milano sul tema delle seconde generazioni. Più che una semplice contromanifestazione, la città ha visto sovrapporsi almeno quattro narrazioni diverse dello stesso giorno.