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22 aprile 2026 - Aggiornato alle 13:54
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LA POLEMICA

Meloni insultata sulla tv russa: l’ambasciatore Paramonov convocato a Roma difende Mosca ma non chiude il caso

Alla Farnesina non si è consumato soltanto un richiamo formale: dietro il caso Solovyov affiora un passaggio più profondo, che riguarda il linguaggio della propaganda russa

22 Aprile 2026, 11:59

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Meloni insultata sulla tv russa, Roma alza il livello dello scontro: convocato l’ambasciatore Paramonov

Alla Farnesina non si è consumato soltanto un richiamo formale: dietro il caso Solovyov affiora un passaggio più profondo, che riguarda il linguaggio della propaganda russa, i confini della diplomazia e il deterioramento ormai strutturale dei rapporti fra Italia e Federazione Russa

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Certe crisi diplomatiche nascono da una nota ufficiale, altre da un gesto militare, altre ancora da una frase pronunciata in televisione. Questa, invece, è esplosa da un insulto. Non un’iperbole, non una stoccata polemica, ma un linguaggio che il governo italiano ha giudicato “volgare”, “sessista” e politicamente inaccettabile contro il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Così, nella mattinata di mercoledì 22 aprile 2026, l’ambasciatore russo a Roma, Alexey Paramonov, è stato ricevuto alla Farnesina dopo la convocazione decisa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Un passaggio che, nella liturgia dei rapporti tra Stati, segnala sempre un salto di temperatura.

Il punto di rottura sono state le parole di Vladimir Solovyov, volto notissimo della televisione russa e figura da anni associata alla macchina della comunicazione del Cremlino. Secondo quanto riferito da fonti di stampa e ripreso dal governo italiano, durante una trasmissione su Russia 1 il conduttore ha rivolto alla premier italiana espressioni offensive, facendo scattare la protesta diplomatica di Roma. Tajani ha spiegato di aver fatto convocare l’ambasciatore per esprimere una protesta formale contro dichiarazioni definite “gravissime e offensive”, aggiungendo che le critiche politiche possono essere legittime, ma non gli insulti personali e sessisti rivolti al capo di governo di un Paese alleato e democratico.

La protesta italiana e la linea di Tajani

La reazione italiana si è mossa su un doppio binario. Da una parte, la tutela della figura istituzionale del presidente del Consiglio; dall’altra, un messaggio più ampio sul fatto che certi contenuti, se diffusi da un canale vicino all’apparato statale russo, non possono essere archiviati come semplice folklore televisivo. Tajani ha sottolineato che l’Italia non teme il dissenso politico né il confronto duro, ma considera fuori da ogni standard accettabile l’uso di un linguaggio degradante verso Meloni. La Farnesina ha manifestato “profonda indignazione” per le offese rivolte alla premier.

È qui che il caso si fa più interessante, perché la protesta di Roma non riguarda soltanto il contenuto delle parole di Solovyov, ma anche il contesto in cui sono state pronunciate. Nelle dichiarazioni del ministro c’è un passaggio politicamente rilevante: il riferimento a Russia 1 come televisione di Stato o, comunque, come parte di un ecosistema mediatico che il governo italiano considera strettamente collegato alla proiezione pubblica del potere russo. Una distinzione, questa, che per l’Italia rende insufficiente la tesi secondo cui si tratterebbe solo di opinioni personali di un commentatore.

La replica di Paramonov: “Una cantonata”

La risposta russa non ha cercato di smorzare davvero la tensione. Al contrario, l’ha rilanciata. Prima ancora dell’incontro alla Farnesina, Paramonov aveva definito la convocazione una “cantonata” delle autorità italiane. In un messaggio attribuito all’ambasciatore, si sostiene che Giorgia Meloni sia un capo di governo legittimo e che nessun rappresentante delle autorità russe abbia mai espresso giudizi offensivi nei suoi confronti o contro l’Italia. La linea, in sostanza, è chiara: Mosca prova a separare l’uscita del conduttore dalla posizione ufficiale dello Stato russo.

Nella stessa ricostruzione, Paramonov sostiene che sarebbe improprio interpretare le “valutazioni personali” di un giornalista come dichiarazioni ufficiali del governo di uno Stato. Durante l’incontro, secondo quanto emerso, l’ambasciatore avrebbe anche ribadito di essersi dissociato dalle frasi di Solovyov e di aver più volte precisato che le istituzioni russe non hanno attaccato la presidente del Consiglio italiana. È una difesa diplomatica prevedibile, ma non sufficiente per chiudere il caso, perché il governo italiano contesta proprio la plausibilità di questa separazione tra propaganda di prima serata e postura del potere russo.

Chi è Vladimir Solovyov e perché il suo nome pesa più di altri

Per capire perché Roma abbia reagito con tanta nettezza bisogna fermarsi sul profilo di Solovyov. Non si tratta di un opinionista marginale o di un agitatore digitale periferico. È uno dei volti più riconoscibili della televisione russa, legato da anni a programmi di commento politico di grande visibilità. Il suo nome compare anche nelle misure restrittive europee adottate dopo l’aggressione russa all’Ucraina: il Consiglio dell’Unione europea lo ha inserito nella lista dei sanzionati già il 23 febbraio 2022, indicandolo come propagandista e presentatore attivo su Russia-1 e Rossiya 24.

Questo elemento conta molto. Se un personaggio già colpito dalle sanzioni europee per il suo ruolo nella propaganda del Cremlino insulta in diretta il capo del governo italiano, la vicenda non appare più come una semplice intemperanza televisiva. Diventa, agli occhi di Roma e più in generale di molti partner europei, il riflesso di un ambiente informativo che si muove dentro una logica di disinformazione, delegittimazione dell’avversario e pressione politica. Non a caso, il Consiglio Ue ha più volte richiamato il ruolo dei media statali o controllati dallo Stato russo nella manipolazione dell’informazione durante la guerra contro l’Ucraina.

Non un incidente isolato, ma l’ennesimo capitolo di una relazione deteriorata

Il caso Solovyov non nasce nel vuoto. Si inserisce in una sequenza ormai fitta di incidenti tra Roma e Mosca. Negli ultimi due anni, la Farnesina ha già convocato più volte l’ambasciatore russo per questioni diverse ma accomunate da un tratto: la crescente aggressività verbale o politica proveniente da ambienti istituzionali e mediatici russi. Nell’aprile 2024, ad esempio, Paramonov era stato convocato in relazione alla vicenda di Ariston Thermo Rus, dopo il trasferimento in amministrazione temporanea della società controllata dal gruppo italiano. Nel marzo 2025 e poi nel luglio 2025, Roma aveva protestato per gli attacchi russi contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e per l’inserimento di alte cariche italiane in un elenco di presunti “russofobi”. Nel novembre 2025, un nuovo richiamo formale era arrivato dopo le parole di Maria Zakharova sul crollo della Torre dei Conti a Roma.

Letti in fila, questi episodi mostrano una trasformazione netta. Le relazioni italo-russe non sono più soltanto appesantite dalla guerra in Ucraina e dal sistema di sanzioni: sono segnate da una progressiva contaminazione del piano diplomatico con il lessico della provocazione pubblica. Ciò che un tempo sarebbe stato confinato alla polemica mediatica, oggi produce direttamente effetti nei rapporti tra governi. La convocazione di Paramonov per il caso Meloni-Solovyov si colloca esattamente in questa traiettoria.

Il nodo vero: propaganda, responsabilità politica, ambiguità diplomatica

La tesi russa poggia su un argomento formalmente lineare: un giornalista non coincide con lo Stato. Ma nella pratica geopolitica contemporanea, soprattutto nel caso russo, questa distinzione viene contestata da anni. Le istituzioni europee hanno motivato varie misure contro media e figure dell’informazione russa richiamando il loro ruolo nel sostegno alla guerra e nella manipolazione sistematica dello spazio informativo. In questo quadro, il ragionamento italiano appare coerente: se l’insulto viene pronunciato da una figura che gode di amplificazione nazionale, su un canale ritenuto parte dell’apparato mediatico statale, il problema non è solo lessicale, ma politico.

C’è poi un secondo aspetto. Quando Paramonov parla di “cantonata”, non si limita a respingere l’addebito: suggerisce che l’Italia abbia reagito in modo improprio, quasi isterico, a qualcosa che non rientrerebbe nella prassi diplomatica. È una scelta lessicale significativa, perché mira a rovesciare il piano del confronto: non più la Russia chiamata a spiegare gli insulti, ma l’Italia messa sotto accusa per aver trasformato una frase televisiva in un incidente internazionale. Tuttavia, proprio la frequenza con cui esponenti o megafoni del sistema russo prendono di mira istituzioni italiane rende questa difesa sempre meno persuasiva agli occhi di Roma.