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23 aprile 2026 - Aggiornato alle 00:42
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la guerra

Niente tregua senza la consegna dell'uranio: il (nuovo) ultimatum di Washington all'Iran

Le condizioni vincolanti americane per la tregua includono la confisca delle scorte radioattive al 60%. La Repubblica Islamica fa scudo e il rischio di riapertura del fuoco si fa concreto

22 Aprile 2026, 23:00

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Il confronto tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto una soglia critica e ruota attorno a un’unica, potenzialmente devastante, variabile: l’uranio arricchito.

Mentre fragili contatti diplomatici tentano di evitare una nuova escalation militare, la Casa Bianca ha fissato una linea rossa netta: condizione imprescindibile per fermare le ostilità è la cessione diretta a Washington di tutte le scorte nucleari iraniane.

Al centro della contesa figurano circa 440-460 chilogrammi di uranio arricchito al 60% in possesso della Repubblica islamica.

Un livello di purezza che, con passaggi tecnici relativamente rapidi, può raggiungere la soglia del 90%, il cosiddetto grado “weapons-grade” necessario per la costruzione di un ordigno atomico.

La richiesta statunitense non prevede eccezioni. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, lo ha ribadito a Fox News: per arrivare alla pace, Teheran deve “consegnarci il suo uranio arricchito”.

In una fase iniziale, l’amministrazione americana ha ostentato grande sicurezza sul dossier. Il presidente Donald Trump ha ripetuto più volte: “L’Iran ci consegnerà l’uranio”, assicurando che il materiale sarebbe stato trasferito sul suolo statunitense “a breve”.

Ai tavoli di Ginevra, gli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner hanno chiesto alla controparte non solo la distruzione integrale dei complessi di Fordow, Natanz e Isfahan, ma anche la restituzione di ogni singolo grammo del combustibile.

Teheran ha opposto un rifiuto senza ambiguità. “Trasferire l’uranio arricchito dell’Iran negli Stati Uniti non è mai stata un’opzione per noi. Il materiale non verrà spostato da nessuna parte”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei.

A quel punto, la retorica della Casa Bianca si è fatta rovente. Trump ha replicato con minacce esplicite: “Ci prenderemo l’uranio in un modo o nell’altro”, aggiungendo che, in assenza di uno sblocco, è pronto a “tornare a lanciare bombe”.

Dietro lo scontro verbale si cela un nodo operativo e d’intelligence di enorme portata. Lo stesso Trump ha ammesso che sarà “lungo e difficile” recuperare le scorte. Malgrado i pesanti bombardamenti americani e israeliani abbiano colpito diversi siti nucleari, l’ubicazione esatta del materiale radioattivo resta incerta: funzionari statunitensi riconoscono che l’uranio potrebbe essere stato evacuato ben prima degli attacchi.

Una mediazione dell’Oman aveva aperto uno spiraglio, riportando la disponibilità iraniana a mantenere “scorte zero” di uranio arricchito sotto la supervisione dell’AIEA. Tuttavia, l’insistenza di Washington per un trasferimento fisico e integrale del materiale ha congelato il negoziato.