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28 aprile 2026 - Aggiornato alle 22:52
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il caso

Meloni blinda il ministro Nordio: "Sulla grazia a Minetti aveva le mani legate".

Da Palazzo Chigi la leader dell'Esecutivo difende il Guardasigilli: "Su 1241 richieste, pochissime hanno l'ok delle Procure. Il Ministero si è limitato a confermare il parere dei magistrati"

28 Aprile 2026, 20:01

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Meloni blinda il ministro Nordio: "Sulla grazia a Minetti aveva le mani legate".

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Il caso della grazia accordata a Nicole Minetti, condannata in via definitiva nell’ambito del processo Ruby, si è rapidamente trasformato in un acceso scontro istituzionale e mediatico, con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, al centro del dibattito.

Di fronte alle polemiche seguite al provvedimento di clemenza concesso per “motivi umanitari”, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è intervenuta personalmente, blindando il Guardasigilli e rimarcando la natura strettamente tecnica della vicenda.

In una conferenza stampa a Palazzo Chigi, convocata al termine del Consiglio dei ministri, la premier ha eretto una difesa netta dell’operato del dicastero di via Arenula: “Mi fido del ministro Carlo Nordio”. Con tale affermazione, Meloni ha respinto qualsiasi ipotesi di favoritismi politici e ha chiarito i confini delle responsabilità istituzionali. Ha inoltre dichiarato di aver “appreso della grazia a Nicole Minetti dalla stampa” e di aver poi “chiesto come funzioni la prassi”, evidenziando che la competenza diretta del provvedimento “non sia la mia”.

Per sgombrare il campo dalle contestazioni, la presidente del Consiglio ha illustrato i dati che scandiscono l’iter della misura di clemenza. Ha ricordato che “dall’inizio di questo governo, il ministero della Giustizia ha ricevuto 1241 domande di grazia” e ne ha “trasmesse alle Procure Generali 1045”. Di questa mole, soltanto “poche decine” tornano sulla scrivania del ministro con parere favorevole. In tali casi, secondo la prassi, “il Ministero della Giustizia tende a confermare il parere positivo che gli è pervenuto”, inoltrandolo poi al Presidente della Repubblica, il quale di norma si adegua.

Tuttavia, emersi nuovi elementi, il Capo dello Stato “ha chiesto, per il nostro tramite, alla procura generale di fare ulteriori accertamenti”, una richiesta di garanzia che la premier ha detto di condividere, dichiarandosi pienamente “d’accordo”.

A rinsaldare la linea dell’Esecutivo è intervenuto anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, secondo cui la Procura generale di Milano aveva demandato le verifiche alla polizia giudiziaria. L’esito di tali controlli, ha precisato, “lasciava pochi margini alla valutazione del Ministro”. Agli atti figurava infatti un parere inequivocabile che certificava, da parte dell’ex consigliera regionale, “una radicale presa di distanza dal passato deviante”.

Sul versante personale, Nicole Minetti e i suoi legali, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra, respingono le speculazioni mediatiche. La difesa ribadisce che “l’intero percorso adottivo si è svolto nel pieno rispetto della legge”. La diretta interessata smentisce “categoricamente” l’esistenza di contenziosi con i genitori biologici del figlio e definisce le indiscrezioni “infondate e lesive”.

Il fulcro dei “motivi umanitari” risiede in una “grave patologia” del minore, che ha costretto la famiglia a rivolgersi a un centro di eccellenza di Boston per un “intervento chirurgico molto delicato e complesso”.

Minetti esclude inoltre l’esistenza di indagini a suo carico in Uruguay o in Spagna e annuncia la volontà “di adire alle vie legali” per tutelarsi contro “chiunque abbia contribuito alla diffusione di notizie false”.