L'inchiesta
Uno Bianca: il catanese Pietro Gugliotta si è suicidato, il filo dei misteri che porta al crimine siciliano (e non solo)
La morte dell’ex poliziotto è avvenuta diversi mesi fa ma è stata resa nota solo ora. Il capo Savi ha fatto un'intervista a Belve Crime, che è stata acquisita nell'indagine della procura di Bologna aperta grazie all'esposto dei familiari delle vittime
L'unico siciliano, anzi catanese, che era componente della "banda della Uno Bianca" si è suicidato. Pietro Gugliotta, ex assistente di polizia, era una figura di secondo piano del gruppo criminale che tra 1987 e 1994 l’Emilia-Romagna e le Marche in un teatro di rapine, agguati e sangue. I veri capi della banda - secondo gli atti processuali - sono stati i fratelli Roberto, Fabioe Alberto Savi. Roberto poco tempo fa è stato intervistato dalla trasmissione Belve Crime.
Gugliotta si è tolto la vita lo scorso dicembre a 65 anni, nella sua abitazione di Colle d’Arba, piccolo centro in provincia di Pordenone. La notizia però è emersa solo ora, a circa quattro mesi dai fatti. Dalle indagini è stato certificato il suicidio: si è trattato di autolesionismo. I carabinieri considerando il passato dell'uomo non hanno voluto archiviare tutto, ma hanno eseguito verifiche capillari con gli uomini del reparto delle investigazioni scientifiche. il corpo è stato cremato. Gugliotta fu arrestato nel 1994: poi fu arrestato e venne condannato a 20 anni per rapine nel Riminese e per il supporto logistico ai fratelli Savi. Ma non per gli omicidi. Gugliotta era uscito dal carcere della Dozza nel luglio 2008 dopo quattordici anni. Non ha lasciato alcun biglietto il catanese: in Paese parlano di un uomo riservato che lavorava in una cooperativa sociale legata al reinserimento di ex detenuti, poi era arrivata la pensione. Quando a Bologna hanno riaperto il fascicolo sulla banda della Uno Bianca qualcuno disse che Gugliotta sarebbe stato
Un passo nel terrore: i crimini della "Uno Bianca"
Gugliotta era un uomo dello Stato. Ma la banda della Uno Bianca era composta in gran parte da uomini dello Stato. Erano soprattutto poliziotti in servizio, che hanno terrorizzato l'Emilia. I numeri sono da brivido: 103 azioni criminali, 24 morti e oltre 100 feriti, in una sequenza di assalti che colpì caselli autostradali, banche, supermercati, distributori di benzina, pattuglie e cittadini comuni. La posizione del catanese fu sempre distinta da quella dei componenti ritenuti responsabili diretti degli omicidi. Infatti non fu condannato come esecutore degli assassinii, ma come gregario e uomo d’appoggio della struttura criminale.
Perché questa notizia arriva sei mesi dopo?
Il suicidio di Pietro Gugliotta diventa una notizia giornalisti solo sei mesi dopo. Perché? Fisiologico è collegare il fatto che il dossier della Uno Bianca è tornato al centro dei riflettori mediatici dopo che nei giorni scorsi Roberto Savi ha rilasciato un'intervista televisiva a “Belve Crime”, andata in onda su Rai 2. L’ex capo della banda ha evocato presunti collegamenti con apparati di intelligence e possibili coperture, dichiarazioni che hanno spinto la Procura di Bologna ad acquisire il girato integrale e a valutare un nuovo ascolto dell’ergastolano. La morte di Gugliotta, quindi, significa avere una voce a una storia giudiziaria che nonostante le sentenze non si è affatto chiusa.
La reazione di un figlio delle vittime all'intervista tv
«Su questo terrore sono ancora in corso indagini, ma gli assassini continuano a depistarle andando perfino in televisione a raccontare evidenti falsità e mezze verità senza alcun segno di reale pentimento». è stato il commento di Alberto Capolungo, figlio di Pietro, carabiniere in pensione ucciso nel 1991 dalla banda della Uno Bianca in un’armeria a Bologna, nella testimonianza resa al Senato nella cerimonia in ricordo delle vittime del terrorismo e le stragi.
E ha aggiunto rivolgendosi ai giovani presenti nell’aula: «Vale la pena studiarla questa maledetta storia perché c'è dentro il meglio e il peggio dell’umanità: da una parte chi infanga l’uniforme e in un delirio di onnipotenza decide della vita e della morte di innocenti. Dall’altra militari o semplici cittadini che, facendo il proprio dovere, si sono meritati medaglie d’oro purtroppo a volte alla memoria. Da una parte qualcuno pur sapendo, ha taciuto. Dall’altra c'è chi ha spontaneamente testimoniato. Qualcuno tra chi avrebbe dovuto trovare i colpevoli non ha saputo farlo bene e per tempo, qualcuno ha saputo condurre indagini più accurate. Ma a volte assumersi le proprie responsabilità e far bene il proprio mestiere fa la differenza tra la vita e la morte. Noi continuiamo a lottare per questo senza lasciarci intimidire».
L'inchiesta che guarda alla criminalità siciliana
A far riaprire l'inchiesta della banda della Uno Bianca sono stati proprio i familiari delle vittime. Familiari che non credono, anzi non hanno mai creduto, che dietro questa lunga scia di morte ci siano solo i fratelli Roberto, Alberto e Fabio Savi. Qualche tempo fa sulle colonne de La Sicilia abbiamo rimesso insieme i pezzi e cercato i collegamenti fra Bologna e la Sicilia, che forse sono scie che vanno ripercorse e approfondite. Ma partiamo dalle stesse parole di Savi. L’ex assistente capo in servizio alla Questura di Bologna disse che dietro la «Uno Bianca», c’era solo la «targa». Guardando da un'altra prospettiva sullo sfondo ci potrebbe essere la strategia della tensione che incatenò l’Italia con bombe e stragi. La Digos e i Ros emiliani dovranno capire se ci sono complici, complici anche di livello (deviato) che avevano accesso alle forze militari anche di Cosa nostra.
Una prima strada la fornisce il primo pm che indagò sulla banda. Per il magistrato Giovanni Spinosa - intervistato da Il Resto del Carlino - «i poliziotti killer sarebbero stati una sorta di ‘pedine’ mosse in uno scacchiere di destabilizzazione nazionale da una mano fantasma. Che un nome, però, ce l’ha. La Falange armata». Diversi pentiti hanno rivelato in più processi che quella era la sigla che doveva servire per rivendicare le azioni terroristiche di attacco allo Stato condotte da Cosa Nostra.
Per Spinosa i Savi hanno più volte mentito. Anche riguardo al periodo delle rapine alla Coop. Ed ecco che qui spunta Catania. Roberto Savi aveva rapporti diretti con rapinatori catanesi. Lui stesso racconta che nel 1994 che si sarebbe recato a Catania per operare un depistaggio contro la Banda delle Coop. Per qualcuno però quelle affermazioni sarebbero state un’abile mossa ordita a suo favore. Spinosa però insiste: «Tra gennaio ed agosto del 1991 la banda della Uno Bianca effettuò i colpi più eclatanti, ognuno dei quali venne scandito dalle telefonate alle agenzie stampa della Falange Armata, la sigla che ha rivendicato circa 400 episodi di cronaca criminale e mafiosa tra la primavera del 1990 ed il marzo del 1994. Ben 221 delle 500 comunicazioni attribuite alla Falange Armata riguardarono episodi o vicende legate alla Uno Bianca». La Falange Armata, caso vuole, ha rivendicato anche due casi tutti catanesi: l’attentato alla villa di Santa Tecla, frazione di Acireale, di Pippo Baudo (1991) e il duplice omicidio di Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta, dirigenti delle Acciaierie Megara (1990). Caso che ha avuto una svolta soltanto da qualche mese. Strana è la coincidenza nella rivendicazione sulla bomba della casa del presentatore si fa riferimento al duplice eccidio dei manager. Che vuol dire? Il figlio del defunto boss santapaoliano Sebastiano Scuto (coinvolto nell’attentato a Baudo) è diventato un collaboratore di giustizia da qualche anno. Certo all’epoca era un ragazzino, ma forse qualcosa può averla sentita. Udita. Compresa.
Nell’esposto dei familiari delle vittime si chiede di rivedere quale sia stato il vero ruolo del brigadiere dei carabinieri, Domenico Macauda, di origini siciliane, e l’omicidio dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu, assassinati il 20 aprile 1988 a Castel Maggiore. Il militare infedele tentò, anche se maldestramente, di proiettare le indagini in un contesto criminale di raffinazione di eroina che puntava a coinvolgere addirittura il capo dei capi di Catania, Nitto Santapaola. Membro della cupola palermitana e diventato padrino della Sicilia orientale per volontà di Totò Riina. Macauda fu condannato per calunnia, ma per i familiari delle vittime sarebbe un «complice diretto e non un semplice depistatore». Ma perché in tutte le opere di depistaggio - sia di Savi che di Macauda - si guarda all’Etna? Un enigma da risolvere.
Ma forse bisognerebbe cambiare le coordinate alla bussola e puntare verso Milano. Dove c’era una sorta di succursale della mafia catanese, con i Cursoti di Jimmy Miano. All’autoparco di via Salomone si riunivano i boss del consorzio delle mafie. Un modello replicato ultimamente. Come è emerso nell'operazione Hydra. Corsi e ricorsi storici.