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IL GIALLO

Garlasco e il soliloquio di Sempio che ha cambiato tutto: «Andrea era a casa di Chiara alle nove e mezza»

Le nuove indagini ribaltano diciotto anni di certezze, La difesa di Stasi annuncia la revisione, la famiglia Poggi non ci sta

11 Maggio 2026, 15:11

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Garlasco e il soliloquio di Sempio che ha cambiato tutto: «Andrea era a casa di Chiara alle nove e mezza»

Erano le 9 e mezza di mattina del 13 agosto 2007, e qualcuno stava entrando nella villetta di Garlasco dove Chiara Poggi stava facendo colazione. Non Alberto Stasi, che in quel momento si trovava a casa sua, a 1,7 chilometri di distanza, davanti al computer a lavorare sulla tesi. Qualcun altro. Questo, in sintesi brutale, è il nucleo della tesi accusatoria che la Procura di Pavia ha costruito in anni di indagini parallele, confluita nella chiusura dell'inchiesta nei confronti di Andrea Sempio, oggi 38enne, unico indagato per uno dei delitti più controversi della cronaca italiana.

L'atto d'accusa è pesante come un macigno, e le sue conseguenze giuridiche e morali si dispiegano in tutta la loro portata: se la Procura pavese ha ragione, un uomo innocente ha trascorso anni in carcere per un omicidio che non ha commesso.

Il soliloquio che ha cambiato tutto

La svolta arriva da un'intercettazione ambientale dell'8 febbraio 2017, registrata dieci anni fa nell'ambito di una prima inchiesta su Sempio, poi archiviata. In quell'audio, il 38enne parla tra sé, e le sue parole — per quanto frammentate da passaggi incomprensibili — avrebbero convinto i magistrati di una presenza scomoda. La trascrizione recita: «È successo qualcosa quel giorno... era sempre lì a casa... io non so se lei ha detto che lavorava... però cazzo, oh... alle nove e mezza a casa».

Per il sostituto procuratore aggiunto Stefano Civardi e le pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, letto in combinazione con un'altra intercettazione del 14 aprile 2025 — in cui Sempio avrebbe parlato di telefonate a casa di Chiara Poggi, di un video intimo e di un rifiuto da parte della ragazza — quel soliloquio assume un significato preciso: «l'indagato sembra riferirsi all'orario in cui si sarebbe presentato a casa della vittima il giorno dell'omicidio».

La geometria del tempo

A rafforzare la tesi accusatoria interviene la consulenza medico-legale della professoressa Cristina Cattaneo. Il ragionamento degli inquirenti procede per coordinate temporali. Chiara Poggi disattivò l'allarme della villetta alle 9.12. Tenuto conto del tempo minimo di digestione della colazione, alle 9.45 era ancora in vita. Ne consegue, scrivono i pm, che «appare del tutto irragionevole che possa essere stata uccisa da chi alle 9.35 era a casa propria davanti al proprio computer», ovvero Alberto Stasi. La colluttazione, secondo la stessa consulenza, sarebbe durata tra i 15 e i 20 minuti.

Sempio, al contrario, avrebbe telefonato all'amico Mattia Capra alle 9.58 — dopo, secondo l'accusa, essere entrato in casa intorno alle 9.30. I tabulati telefonici diventano così un altro tassello dell'impianto investigativo.

La serata precedente al delitto, poi, non avrebbe lasciato traccia di alcun dramma tra Chiara e Alberto. La consulenza informatica, secondo i pm, conferma che mentre Stasi era uscito per accudire il suo cane, Chiara aveva semplicemente aperto la cartella delle foto del loro viaggio a Londra e aveva contribuito a scrivere parti della tesi del fidanzato. Lui, rientrato, aveva continuato. Nessuna lite, nessuna scena passionale.

La famiglia Poggi: «Nessuna sconfessione»

Dall'altro lato della barricata, la famiglia di Chiara Poggi — attraverso il proprio legale Gian Luigi Tizzoni — oppone una resistenza netta. «Dalla lettura delle consulenze non emergono realmente elementi che possano sconfessare la sentenza passata in giudicato a carico di Stasi», ha dichiarato l'avvocato, definendo il lavoro della Procura pavese «mastodontico nell'apparenza» ma incapace di «colpire i punti centrali della vicenda». I genitori di Chiara, ha aggiunto Tizzoni, sono «particolarmente dispiaciuti e demoralizzati» da un'inchiesta che giudicano «unidirezionale», volta a scardinare una condanna confermata in Cassazione e persino dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.

L'unico spiraglio che l'avvocato riconosce riguarda l'impronta numero 33, quella trovata sul muro delle scale che conducono in cantina, dove fu rinvenuto il corpo di Chiara. «L'unico tema che rimane da esplorare, e a me dispiace, è l'impronta 33», ha ammesso Tizzoni, precisando che la perizia terza richiesta in sede di incidente probatorio non è mai stata disposta, e che «il nostro dattiloscopista e, leggo negli atti, anche altri, hanno forti perplessità che quell'impronta abbia il numero di minuzie per essere attribuita a Sempio — o a chicchessia».

Tizzoni ha anche espresso sorpresa per la frequenza dei colloqui tra i legali di Stasi e i pm di Pavia, sottolineando l'anomalia della presenza del condannato — e dei suoi avvocati — negli atti di un'inchiesta in cui lui risulta essere l'unico condannato definitivo, con due istanze di revisione già rigettate.

La difesa di Stasi: «Sentenza disintegrata»

Sul fronte opposto, i legali di Alberto Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, usano toni trionfali. In una nota diffusa dopo una prima valutazione degli atti, parlano di sentenza «letteralmente disintegrata» dalla Procura di Pavia e di «una serie lunghissima di nuovi elementi di prova» a dimostrazione dell'«assoluta innocenza» del loro assistito. Il «quadro di contesto» emerso dall'inchiesta viene definito «spaventoso e gravissimo», e i legali annunciano che sarà oggetto di «separata valutazione». La priorità ora è «accelerare i tempi della revisione».

Stasi, che sta scontando 16 anni, si trova così al centro di una guerra giudiziaria silenziosa combattuta con intercettazioni, consulenze e tabulati. Da una parte una Procura che ha ricostruito il delitto daccapo. Dall'altra una famiglia che non intende riaprire una ferita mai rimarginata. In mezzo, il nome di Andrea Sempio — e una mattina d'agosto di diciotto anni fa che forse non è mai stata davvero capita fino in fondo.