il racconto
"Tu non sei il volto di Israele": il video di Ashdod che fa esplodere il governo Netanyahu
Attivisti in ginocchio e prove di forza in favore di telecamera. Il ministro degli Esteri Sa'ar scarica pubblicamente Ben Gvir: è scontro totale tra la diplomazia e l'estrema destra
La gestione dei membri della Global Sumud Flotilla, intercettati mentre tentavano di aggirare il blocco navale su Gaza, ha innescato uno scontro frontale tra il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e il titolare della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, portando alla luce una frattura istituzionale profonda.
Ben Gvir diffonde un video in cui passeggia con ostentazione tra i fermati, lancia scherni, minaccia il carcere duro e brandisce una bandiera israeliana.
La risposta di Sa’ar è immediata e dai toni inusuali: rilanciando il filmato su X, attacca senza mediazioni il collega, scrivendo “Tu non sei il volto di Israele”. Il capo della diplomazia definisce la scena una “performance vergognosa e dannosa” che vanifica i delicati sforzi internazionali dell’esercito e della diplomazia.
Nel mirino non c’è il fermo in sé, ritenuto legittimo per la difesa del blocco navale, bensì la “teatralizzazione” dell’episodio e l’uso propagandistico di immagini che umiliano i detenuti, con un grave contraccolpo reputazionale per il Paese.
La replica di Ben Gvir, figura divisiva e voce di punta dell’estrema destra nazionalista, è altrettanto tagliente. Fedele a una strategia di provocazione permanente, rivendica la linea del pugno duro, accusa i colleghi di non saper trattare i “sostenitori del terrorismo” e avverte che Israele non è più “un bambino che prende schiaffi”, ma che da oggi “non porge l’altra guancia”.
Non è un semplice duello tra personalità forti, bensì l’emersione di due visioni inconciliabili dello Stato all’interno del governo guidato da Benjamin Netanyahu. Da un lato, l’impostazione diplomatica di Sa’ar, che cerca faticosamente di preservare la legittimità internazionale di Israele, smussando il dissenso e mantenendo un linguaggio istituzionale. Dall’altro, l’approccio identitario di Ben Gvir, che trasforma gli apparati di sicurezza in un palcoscenico per galvanizzare la propria base radicale, esibendo l’umiliazione dell’avversario come trofeo politico.
La vicenda ha inoltre varcato rapidamente i confini nazionali, diventando un caso diplomatico di rilievo. Tra i circa 430 attivisti fermati figurano 29 cittadini italiani. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è subito attivato chiedendo garanzie di incolumità e un trattamento dignitoso per i connazionali. La diffusione del video di Ben Gvir ha irrigidito i rapporti bilaterali, portando alla convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma per protestare contro immagini giudicate incompatibili con la dignità umana.
Un autogol diplomatico che conferma le preoccupazioni di Sa’ar, mostrando come un messaggio concepito per l’elettorato interno possa alienare Paesi alleati cruciali.
In mezzo a questo fuoco incrociato si trova il premier Netanyahu, costretto a tenere in equilibrio l’esigenza di arginare l’isolamento internazionale e le pressioni dei partner di coalizione più estremi. Ogni strappo di Ben Gvir presenta un conto diplomatico all’intero esecutivo, indebolendo la credibilità del messaggio ufficiale all’estero.
Il porto di Ashdod è diventato così il palcoscenico di una contesa cruciale per l’identità nazionale: chi ha l’autorità di definire il linguaggio dello Stato? Agli occhi del mondo, l’immagine che rimane impressa non è quella di un Paese coeso nella difesa della propria sicurezza, ma di un governo che discute pubblicamente se l’umiliazione ostentata dei prigionieri sia, o meno, il vero volto di Israele.