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REGIONE

Un milione al “nulla”: come una norma-tranello è diventata legge all’Ars

Una sera di dicembre, otto commi infilati “fuori sacco” e un voto nominale che scopre l’ovvio: troppo spesso si approva senza leggere. Dentro, una “norma fake” da 1 milione per Comuni che non esistono. Eppure passa: tra i favorevoli anche tre del Pd e due di Sud chiama Nord. Ecco che cosa è successo davvero, e perché conta.

Alfredo Zermo

15 Gennaio 2026, 16:38

Un milione al “nulla”: come una norma-tranello è diventata legge all’Ars

La scena è quasi cinematografica: sono le 22:18 del 20 dicembre 2025, l’Assemblea regionale siciliana è al “rush finale” della manovra, una finanziaria da oltre 1 miliardo da chiudere in nottata. Sul tavolo spunta un emendamento “fuori sacco”, otto commi cuciti all’ultimo: tra norme minute per i Comuni e stanziamenti a pioggia, si infila una formula opaca e indecifrabile. Parla di “ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale”. Esistono? No. Ma quella frase, volutamente pseudo-burocratica, vale 1 milione di euro. E all’Ars la votano in 26 su 40 votanti, con 14 contrari. Il resto — 20 presenti — non si esprime. Tra i sì, tre deputati del Pd e due di Sud chiama Nord. Il paradosso è completo quando si legge il tabellone: il firmatario della “norma fake”, Ismaele La Vardera, vota no. La provocazione è riuscita. E la lezione — amara — pure.

Che cos’era la “norma fake” e perché è passata

Il cuore del caso sta tutto lì: un comma-fantasma che stanzia 1.000.000 di euro “in favore dei comuni che risultano dotati di ‘ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale’, istituiti nell’ambito dei piani comunali di assetto organizzativo”. Una categoria giuridica inesistente, accompagnata da linguaggio volutamente burocratese, infilata dentro un emendamento omnibus. L’idea — dichiarata — del suo artefice, il deputato di opposizione Ismaele La Vardera, leader di Controcorrente, era dimostrare quanto facile sia far approvare spese senza reale controllo, in virtù di accordi trasversali e automatismi d’Aula. E infatti è passata.

Nella cronaca parlamentare di quella sera c’è un passaggio chiave: trattandosi di un emendamento “aggiuntivo”, mai transitato dalla commissione Bilancio, serviva la condivisione di tutti i gruppi per metterlo ai voti. A presiedere c’era il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno (FdI); il vicepresidente Nuccio Di Paola (M5S) chiede il voto palese, nominale, proprio per rendere visibili i nomi. Si procede così. Su 60 presenti, votano in 40: 26 favorevoli, 14 contrari. Votano contro i 9 del M5S, 4 del Pd e lo stesso La Vardera. Nel “tranello” cadono tre dem e due parlamentari di Sud chiama Nord; non votano vari esponenti di giunta, pur presenti in Aula come deputati; assente in quel momento il presidente della Regione Renato Schifani; non vota il presidente Galvagno. La norma passa “nella confusione”, come annota il resoconto. Quei 1.000.000? In realtà saranno “non spendibili”, e rientreranno nel bilancio, ma il punto politico resta: è stato possibile approvare un nonsenso normativo con soldi veri agganciati.

L’innesco mediatico: l’inchiesta di Piazzapulita

Il caso diventa pubblico quando La7 annuncia l’inchiesta di Danilo Lupo per Piazzapulita (in onda questa sera), che ricostruisce le dinamiche: dall’accordo “simulato” con Gaetano Galvagno all’iter in Aula, fino al via libera all’emendamento farlocco. La stessa ricostruzione viene rilanciata da testate nazionali, che parlano apertamente di “supercazzola diventata legge”. Al di là del lessico, la sostanza fa rumore perché intercetta un tema annoso: l’uso disinvolto di emendamenti omnibus, spesso approvati in blocco sul finire delle sessioni di bilancio, in un clima dove la pressione del tempo e il patto d’Aula prevalgono sul merito.

I numeri che contano: chi ha votato, chi no, e che cosa dice

I numeri sono la chiave del racconto e spiegano l’imbarazzo trasversale. Su 60 presenti, 40 votano. I 26 sì arrivano in larga parte dal centrodestra (nove di Forza Italia, sette di Fratelli d’Italia, due della Lega, un autonomista), con l’innesto di tre dem e due “Sud chiama Nord”. I 14 no sono dei 9 del M5S, 4 del Pd e di La Vardera. Non votano gli assessori-deputati presenti, non vota Galvagno, non c’è Schifani. In tabellone, il leader di Sud chiama Nord Cateno De Luca risulta “presente non votante”. La “norma fake” scivola così dentro un “otto-commi” che attinge alle “riserve dei fondi per i Comuni”, senza coperture aggiuntive: è anche questo che rende il via libera meno “visibile” a un primo sguardo. Eppure, per quella cifra e per quella definizione, la lettura era doverosa. Non è accaduto.

Perché è successo: velocità, prassi e “fuori sacco”

La dinamica è figlia di un sistema che, in Sicilia, si ripete. La sessione di bilancio comprime i tempi, gli emendamenti “fuori sacco” vengono talvolta composti come collage di micro-interventi per accontentare territori e gruppi. Quasi un “patto di non belligeranza” a cui ciascuno aggiunge il proprio pezzetto. Quando poi scatta il voto palese nominale — voluto dai 5 Stelle, proprio per evitare “mani invisibili” — il meccanismo mostra le sue crepe: c’è chi vota “per fiducia”, chi scambia l’emendamento per l’ennesimo provvedimento di spesa territoriale, chi non coglie l’anomalia della formula. In controluce, riaffiora la polemica mai spenta su voto segreto e prassi d’Aula che, nei mesi scorsi, hanno messo in crisi la stessa maggioranza su parti della manovra.

Il contesto: la guerra delle “mancette” e gli emendamenti territoriali

Per capire perché il “test” di La Vardera abbia trovato terreno fertile, bisogna ricordare il contesto. Nel 2025 la discussione sulle cosiddette “mancette” — gli stanziamenti frazionati, spesso micro, ai collegi — ha incendiato il dibattito siciliano. C’è chi ha parlato di spartizione codificata tra maggioranza e opposizioni, e c’è chi ha provato a fermare il “maxi-emendamento” invocando una moratoria etica. In quel clima, un comma scritto in linguaggio opaco e infilato in un mosaico di norme per i Comuni poteva passare come una delle tante micro-misure. Il problema è che questa, al contrario, non significava nulla. E proprio per questo era stata scritta così.

La Vardera, il “partito laboratorio” e la rottura con De Luca

Il protagonista del caso, Ismaele La Vardera, non è un nome qualunque. Ex “Iena”, eletto all’Ars con Sud chiama Nord, nel febbraio 2025 ha lanciato il suo movimento Controcorrente, rivendicando una linea di trasparenza radicale e di rottura con le liturgie parlamentari. Da allora ha occupato spesso la scena, tra denunce su “clientelismi” e battaglie su voto segreto, fino a misure di tutela personale dopo minacce ricevute. Il suo “emendamento fake” è un unicum per metodo, ma coerente con una strategia politica: mettere sotto i riflettori il modo in cui si scrivono le leggi e si stanziano i fondi.

Il ruolo del M5S: dall’aula alla narrazione

La richiesta di voto nominale porta la firma del vicepresidente dell’Ars Nuccio Di Paola (M5S). La scelta non è neutra: da tempo i 5 Stelle in Sicilia agitano il tema della trasparenza dei voti e, più di recente, hanno perfino ventilato l’ipotesi estrema dell’autoscioglimento dell’Assemblea per tornare alle urne, fotografando una legislatura “logorata” da scandali e lacerazioni. Il voto sulla “norma fake” — per come è andato — offre al M5S una prova in più nella loro narrazione: niente accordi “sottobanco”, tutto alla luce del tabellone. E politicamente, è un dividendo spendibile.

Pd e Sud chiama Nord: gli imbarazzi del “sì” e il tema della coerenza

Per il Pd e per Sud chiama Nord, l’esito del voto è un boomerang. Vero: in entrambi i gruppi i contrari ci sono stati (e nel Pd sono stati più dei favorevoli). Ma che tre dem e due scn abbiano votato a favore di un comma inesistente pesa. Soprattutto perché il Pd, in Sicilia, si propone come architrave di una possibile alternativa alla destra; e perché Sud chiama Nord — il movimento di Cateno De Luca — ha costruito la sua forza su un’immagine di incorruttibilità e “smascheramento” dei riti della politica. In Aula, quel giorno, De Luca non ha votato. Ma il danno d’immagine resta: la “distrazione” non è un argomento spendibile quando si predica attenzione al centesimo.

Galvagno e Schifani: i vertici che non votano

Sul piano istituzionale, pesa la fotografia dei vertici. Il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno presiede e non vota; il presidente della Regione Renato Schifani in quel frangente non è presente. Formalmente, nulla di irregolare. Politicamente, però, lo screenshot non è dei migliori: una norma-tranello passa mentre il massimo garante dell’Aula è al banco e il capo dell’esecutivo è altrove. È anche per questo che l’inchiesta tv sottolinea il “vuoto” di vigilanza politica in un passaggio cruciale della sessione di bilancio.