l’intervista
Le quote rosa nei Comuni, Anna Finocchiaro: «Servono per forzare un sistema dove il modello patriarcale è ancora forte»
L’ex ministra interviene sulla norma approvata dall'Ars, ma che è ancora a rischio. «Le donne devono entrare nei luoghi del potere con la forza di una rete, non come singole unità isolate»
C’è la festa, prima di tutto, nelle parole di Anna Finocchiaro, già ministra delle Pari opportunità nel 1996 con il governo Prodi: «Sono state brave le parlamentari regionali: hanno fatto squadra, hanno tenuto il punto e non hanno mollato». Esordisce così, nonostante il voto finale sul ddl enti locali all’Ars resti ancora in bilico. Con un riconoscimento che profuma di sorellanza politica e la voce di chi ha visto molte battaglie, ma non ha perso il gusto di vincerle».
Dalla sua esperienza di ministra a oggi sono passati trent'anni. Il concetto di "pari opportunità" sembra aver mutato pelle: siamo passati dalla tutela della fragilità a una ricerca di equilibrio nel potere?
«Sia con l'istituzione del ministero, sia guardando alla direttiva del 27 marzo 1997 che porta il mio nome, la parola d'ordine era chiara: empowerment. Già allora l’obiettivo era attribuire potere alle donne, non solo proteggerle. Esiste un concetto cardine, il mainstreaming: l'idea che ogni politica, non solo quelle "femminili", debba essere attraversata dalle questioni di genere. La tutela è ancora fondamentale, pensiamo alle lavoratrici madri o all'ignobile pratica delle dimissioni in bianco che ancora persiste, ma la vera svolta è orientare ogni settore verso il riconoscimento della libertà e della responsabilità femminile. Non ci si può fermare solo alla protezione».
Un ritardo che oggi appare anacronistico, eppure la resistenza è stata feroce fino all'ultimo.
«Fa sorridere leggere oggi dichiarazioni entusiastiche da parte di chi, per anni, ha tentato di non far approvare questa norma. Hanno aspettato 13 anni per accorgersi della “soddisfazione” di adeguarsi alla Costituzione. Il ritardo non può spiegarsi che come difesa del potere maschile. Non ci sono altre letture, è stata una prevenzione nei confronti della presenza femminile; ammettere le donne nei posti di potere e di responsabilità ovviamente significa dividere il potere. E dato che è stato saldamente nelle mani maschili secondo il modello patriarcale classico, questo cambiamento risultava piuttosto scomodo».
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Oggi in Sicilia la sfida si sposta sulla partecipazione. Dobbiamo aspettarci che le quote portino in giunta "figlie o sorelle di" o possiamo scansare questo rischio?
«Nessuno regala niente, questa è la prima regola: bisogna partecipare alla vita pubblica. L'esperienza politica di una donna non può essere un fatto individuale. Serve un legame con un'esperienza collettiva, che sia il sindacato, l'associazionismo, le parti sociali, le organizzazioni aziendali. Le donne devono entrare nei luoghi del potere con la forza di una rete, non come singole unità isolate. Solo se "ci sei dentro" puoi cambiare le cose e rompere quei modi e quei ritmi maschili che ancora oggi non considerano i carichi di cura che gravano sulle donne come un lavoro».
Le donne sono pronte, secondo lei, a questo cambio di paradigma?
«E perché non dovrebbero? Oggi non manca nulla perché diventi diffuso e condiviso. Basta guardare le statistiche: in Sicilia le donne laureate sono circa il 65%, una percentuale superiore a quella degli uomini. Non mancano le competenze, né le qualità intellettuali. Le donne oggi vincono concorsi, hanno femminilizzato professioni come la magistratura o il notariato, dove prima si entrava con fatica: sono più colte e spesso si laureano prima e meglio dei maschi. Se ce l'hanno fatta le 21 madri costituenti, che venivano dal confino, dal carcere, dalle torture e dalla Resistenza, possono farcela le nostre giovani donne. Serve solo essere consapevoli della propria forza e della propria potenza».
Le quote rosa vengono spesso liquidate come "riserve indiane" o attacchi al merito. Cosa ne pensa?
«Sono un “male necessario” e devono essere transitorie. Servono ad aprire la scena pubblica forzatamente, perché la resistenza del modello patriarcale è ancora fortissima. Non sogno una Repubblica delle quote, ma una Repubblica in cui la rappresentanza sia paritaria perché paritaria è la società e la partecipazione che esprime. In Sicilia, restare fermi per tredici anni, ignorando sentenze del Consiglio di Stato e della Corte Costituzionale rende lungo e tortuoso un percorso che invece avrebbe dovuto già essere in uno stadio più avanzato. Del resto, se proprio dobbiamo parlare di merito per contestare le quote, mi viene da pensare che, guardando complessivamente alle attuali classi dirigenti maschili, non mi pare che all'orizzonte si vedano tanti Winston Churchill…».
Il soffitto di vetro è incrinato; ora tocca alla partecipazione reale delle donne mandarlo in frantumi.
