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1 aprile 2026 - Aggiornato alle 10:09
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L’intervista

«L’Italia non è un vassallo»: Salvo Andò e il parallelo con Craxi nel caso Sigonella

"Sovranismo reale": l'ex ministro della Difesa rivendica quella che definisce «la posizione storica socialista». Seguita anche da Sanchez in Spagna

01 Aprile 2026, 06:26

06:30

«L’Italia non è un vassallo»: Salvo Andò e il parallelo con Craxi nel caso Sigonella

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Il governo Meloni dice «no» agli Usa per l’utilizzo a scopo bellico della base di Sigonella. E la memoria va automaticamente alla crisi dell’ottobre 1985 conseguente al dirottamento dell’Achille Lauro. Quelle scelte fatte dall’allora capo del governo Bettino Craxi, secondo il costituzionalista Salvo Andò, ex deputato socialista e ministro della Difesa dal 1992 al 1993, possono ancora dare insegnamenti in un’epoca di tensioni internazionali causate dagli Stati Uniti. Con un punto focale: «Serve difendere la sovranità nazionale, non siamo vassalli». E una premessa necessaria: «Oggi si fa a gara per rivalutare Craxi».

Su Sigonella il governo ha ribadito la necessità di un passaggio parlamentare, in applicazione del trattato Nato. Come valuta questa posizione?

«Occorre sempre una consultazione preventiva col Parlamento. La base è parte del territorio nazionale e il sistema delle alleanze non fa venir meno la sovranità. L'Italia non può trovarsi in guerra se non per un suo esplicito atto di volontà. Ritengo quindi inaccoglibile la pretesa americana di utilizzare le nostre basi senza autorizzazione. Ha fatto bene l’attuale ministro della Difesa, Guido Crosetto, a spiegare senza esitazioni che non siamo in guerra e non possiamo esserlo solo sulla base della volontà di un altro Paese. La mancanza di una consultazione rappresenta oggettivamente un vulnus».

Con Donald Trump assistiamo però a uno sconvolgimento dei trattati internazionali e delle prassi diplomatiche.

«È una cultura dell'alleanza di tipo padronale. È un approccio in cui si pensa che in politica estera, così come negli affari privati, tutto sia consentito e tutto si possa comprare o vendere. Il problema vero è che il disordine internazionale è esplicitamente voluto. Quando si dichiara di non riconoscersi nei trattati, o si definiscono le giurisdizioni internazionali come regimi corrotti, significa accettare il disordine per il disordine. Quello che si sta verificando oggi non è solo la fine del diritto internazionale, ma la fine dello stato di diritto come fondamento della pacifica convivenza tra gli Stati. I danni arrecati a questi principi rischiano di avere conseguenze durature, ben oltre il mandato di Trump. Legittimando anche i Paesi non democratici a perseguire la strategia del caos invocando lo stato di necessità».

Trent'anni fa una situazione del genere sarebbe stata possibile?

«La guerra ha una sua regolazione costituzionale inderogabile, altrimenti saremmo alla guerra di tutti contro tutti, il che purtroppo rischia di avvenire oggi se guardiamo ai conflitti scatenati o alimentati a livello globale da Usa e Isrele. Anche durante la Guerra Fredda ci sono state crisi e disordini, ma abbiamo guadagnato la pace attraverso strumenti di dissuasione militare. Basti pensare alla decisione di schierare gli euromissili affrontando durissime piazze contrarie: fu un riequilibrio di potenza che indusse l'Unione Sovietica a trattare, portando poi a una serie di accordi per il disarmo. La dissuasione, in quel contesto, ha portato alla pace».

È un atteggiamento replicabile nell'attualità?

«Craxi non era un vassallo e ha sempre rivendicato la necessità che la sovranità italiana non fosse a “geometria variabile”. L’atteggiamento tenuto a Sigonella fu rigorosamente rispettoso del principio di sovranità. E, contrariamente a quanto si creda, non provocò una rottura con gli Usa. Poco tempo dopo, il presidente Reagan invitò Craxi a parlare al Congresso. Lì, Craxi ribadì che l'America è la patria della democrazia ma non mancò, infrangendo anche alcune regole del cerimoniale politico, di criticarne aspramente gli errori, come l’appoggio alle dittature in Sud America. Il Congresso si alzò in piedi ad applaudirlo».

Quale dovrebbe essere oggi la direzione per l'Italia e per l'Europa? Forse quella di Sanchez in Spagna, non a caso socialista?

«Quella di Sanchez è la posizione storica dei socialisti. Ci sono ambienti politici che ritengono di poter stabilizzare la propria posizione con atteggiamenti servili, ma alla distanza non porta a nulla di buono. L’Italia è un grande Paese, fondatore dell’Unione Europea, e non può avere una politica estera in cui svolge gioiosamente il ruolo di vassallo. Occorre che l’Unione si emancipi, costruendo un proprio sistema di difesa dinamico all’interno dell’alleanza occidentale. Serve indipendenza politica per tutelare i nostri interessi e il diritto allo sviluppo dell’area Mediterranea. Sui principi bisogna essere intransigenti, rifiutando il cinismo di chi cerca solo di restare a galla a ogni costo».