il racconto
Orgoglio FdI: «Più destra» . “Scudo” sui big a processo e siluri a governo e alleati
A Enna Donzelli e Arianna Meloni si confrontano con i dirigenti siciliani, fra misure identitarie e prime ansie elettorali
A un certo punto dell'assemblea degli eletti di Fratelli d'Italia sembra di sentire una versione rivista di Nanni Moretti nel film "Aprile": «D’Alema, di’ qualcosa di sinistra». Stavolta però la richiesta vira naturalmente dall'altra parte. «Una cosa di destra, la vogliamo fare una cosa di destra in questo governo regionale? Una cosa che identifichi?». L'assist, davanti a centinaia di iscritti e ai big nazionali Giovanni Donzelli e Arianna Meloni venuti per ascoltare, lo dà Giovanni Moscato, ex sindaco di Vittoria.
«Per cosa passerà alla storia il governo Schifani? Per avere resuscitato Pd, Cinque stelle e il Masaniello La Vardera. Ci resta un anno...». Applausi scroscianti. Il gol, ormai a porta vuota, lo segna Nello Musumeci: «Dobbiamo realizzare un’iniziativa che serva a identificare la presenza di FdI in un governo in cui il centro è incombente e soverchiante».
È il rapporto con gli alleati il tema che tiene banco all' hotel Federico II di Enna dove il partito di Giorgia Meloni ha scelto di guardarsi negli occhi: oltre 400 persone - dai consiglieri di circoscrizione ai senatori - accorse per fare il punto su quanto fatto, ma soprattutto per sfogarsi nel format confessionale - che sta girando tutte le regioni - messo in campo dagli organizzatori. Prima la parola agli amministratori; deputati e vertici ascoltano e prendono appunti.
E mentre la politica regionale continua ad arrovellarsi su rimpasto di giunta e processi giudiziari, quando il microfono resta a chi si confronta ogni giorno sul territorio, il tema principe diventa la lealtà. Degli altri, soprattutto.
«È un tasto dolente in diversi territori», conferma Giuseppe Catania, sindaco di Mussomeli. Termini Imerese, ad esempio, dove la sindaca uscente del campo progressista Maria Terranova sfiderà l'ex senatore Antonio Battaglia, diventa un caso. «È normale che il capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale si schieri adesso in una lista civica col centrosinistra?», tuona Licia Fullone, riferimento dei meloniani nel Comune palermitano. Non è un intervento isolato. È una delle frequenze che la pancia degli eletti sente con più sensibilità. Il commissario Luca Sbardella, d'altronde, negli ultimi giorni ha provato a insistere anche con Renato Schifani: «Mettere una deadline per il rimpasto regionale il 30 aprile non tiene in conto quanto siamo impegnati con la scadenza per le liste delle Amministrative fissata al 29».
Chi dalla giornata di ieri si aspettava una parola definitiva sui casi giudiziari eccellenti - l'assessora Elvira Amata e il presidente dell'Ars Gaetano Galvagno, a processo per corruzione - resta deluso. Il numero uno di Palazzo dei Normanni, prima di entrare, ribadisce la sua «disponibilità a fare un passo indietro se il partito me lo chiedesse». Stesse parole usate pochi giorni prima dalla titolare del Turismo. Ma la linea, per ora, resta la stessa: «Decideremo insieme ai diretti interessati e agli alleati, ma le regole valgono per tutti», sottolinea Sbardella.
Il destino dei due pezzi grossi meloniani rimane legato a quello dell’ assessore leghista Luca Sammartino, che sta affrontando due processi. La tesi di FdI: o saltano tutti o non salta nessuno. Un fantasma che, senza essere nominato, aleggia anche dentro l’assemblea a porte chiuse. Prima di entrare il ministro Musumeci, sollecitato dai giornalisti, definisce la questione morale alla Regione «come l'isola ferdinandea, che appare e scompare». Una volta dentro, quando arriva il suo momento, in un clima più familiare, esplicita meglio il concetto: «Se qualche provvedimento della magistratura riguarda i partiti in generale, rimaniamo nella fase di immersione, se riguarda Fratelli d'Italia l'isola emerge. No, le regole vanno applicate in maniera chiara. O è questione morale per tutti, o non lo è per nessuno. E non entro nei particolari se mi riferisco a qualche assessore in libertà provvisoria».
A questo punto Donzelli smette di prendere appunti e scherzosamente prova a frenare Musumeci, che però va avanti. «Lo so, domani mi dimetto... Ma questo ritornello - Amata Galvagno, Galvagno Amata - non è possibile. Ora c'è anche Musumeci con la frana di Niscemi, vi confesso che non ci dormo la notte».
La critica degli eletti al governo Schifani, però, diventa più politica: entra nel merito degli interventi fatti, «non abbastanza di destra». La misura la restituisce l’applausometro che sale di decibel quando Moscato parla di «cuffariani che controllano le Asp, ma noi siamo stati votati perché eravamo diversi, ora forse non lo siamo più».
Arianna Meloni va via prima della fine e interviene brevemente solo per «ricordare chi siamo: eravamo piccoli ma sicuri dei nostri valori. Dobbiamo tornare a esserlo, non vedo la stessa concentrazione di un tempo, dobbiamo superare le ideologie e guardare al bene comune». La sorella della premier non fa in tempo ad ascoltare la difesa degli assessori Fdi della giunta Schifani. Alessandro Aricò e Giusi Savarino provano a difendere i provvedimenti che portano la loro firma: «Il fondo sul caro voli, la prima nave made in Sicily, i cantieri ridotti sulla Palermo-Catania. Non saranno di destra, ma sono cose utili».
Sono quasi le 22 quando Donzelli prende la parola e, senza citare nessuno, detta la priorità: «Qui serve un po’ più di umiltà», dice tirando le orecchie a consiglieri, deputati, assessori. «Tutti hanno qualcosa di cui lamentarsi rispetto ad altri e quasi tutti dicono di essere stati bravi. Se fossero veri i vostri interventi, saremmo al 40 per cento». Invece, soprattutto nell'isola, comincia a serpeggiare il timore di non ripetere gli ultimi exploit. «Se va bene, restiamo in doppia cifra», dice un ex sindaco dal palco. «Dobbiamo riportare il partito siciliano al livello delle medie nazionali», sottolinea Galvagno. Ecco perché Donzelli lancia l'ultimo messaggio: «Presentarci ai cittadini mostrando di voler conservare il potere che abbiamo è repellente. Basta parlare di questioni che appassionano solo noi, vorrei essere disturbato - conclude - per problemi che interessano la gente comune». A buon intenditor...
