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la polemica

"Inaccettabile bocciare il film su Regeni": Il j'accuse di Giuli scuote i David di Donatello

Dal Quirinale, il Ministro della Cultura trasforma l'esclusione del docufilm in una questione morale. E annuncia una rivoluzione per il cinema italiano

05 Maggio 2026, 13:02

13:10

"Inaccettabile bocciare il film su Regeni": Il j'accuse di Giuli scuote i David di Donatello

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Sul solenne palcoscenico del Quirinale, dove il 5 maggio 2026 il cinema italiano si è dato appuntamento per celebrare i candidati alla 71ª edizione dei David di Donatello, il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha trasformato la cerimonia in una vera resa dei conti etica e politica.

Al centro del suo intervento non il glamour dei red carpet né il compiacimento per le candidature, ma un nome che continua a interrogare la coscienza nazionale: Giulio Regeni. Definendo senza mezzi termini «inaccettabile» la mancata erogazione dei fondi pubblici al docufilm Tutto il male del mondo, Giuli ha elevato quella bocciatura clamorosa a manifesto per rifondare le regole dell’intero comparto audiovisivo.

L’opera, diretta da Simone Manetti, non è un progetto qualsiasi: è il primo coraggioso tentativo documentario di ricostruire la verità politica e giudiziaria sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano, ritrovato senza vita al Cairo nel febbraio 2016. Arricchito da testimonianze istituzionali e dagli interventi dei genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, il film aveva richiesto 131 mila euro di contributi selettivi su un budget complessivo di 328 mila euro.

Eppure le commissioni ministeriali lo hanno collocato al 36° posto su 118 progetti esaminati, rendendolo beffardamente il primo degli esclusi. Un verdetto amaro e reiterato: la domanda era già stata respinta nel 2024 e nel 2025.

Per Giuli, questo non è un inciampo burocratico. L’esclusione del film su Regeni è «la spia di una frattura più ampia»: lo scontro tra la memoria civile del Paese e i freddi ingranaggi tecnici che decidono chi merita il sostegno. Pur ribadendo il principio di «nessuna censura» e difendendo l’autonomia formale delle commissioni di esperti, il ministro ha tracciato una linea netta: se l’applicazione delle norme produce un esito che, sul piano ideale e morale, risulta inaccettabile, allora l’impianto regolatorio va smantellato e riscritto. Il caso Regeni diventa così il grimaldello per scardinare un sistema che lo stesso Giuli ha definito «labirintico».

L’indignazione per il docufilm escluso si intreccia con la denuncia di uno squilibrio strutturale: la «miccia morale e simbolica» innescata da Regeni illumina un detonatore economico di ben altra portata. Il ministro ha puntato il dito contro i finanziamenti pubblici «immeritati» distribuiti a pioggia e contro gli abusi nel meccanismo del tax credit, che avrebbero prodotto un buco superiore al miliardo di euro tra risorse e domande. Un cortocircuito logico e valoriale: il denaro dei contribuenti non può premiare opere deboli né penalizzare progetti dal forte valore civile, minando la fiducia dei cittadini nel sistema.

Dal Colle, Giuli lancia dunque una sfida diretta al Parlamento: serve una riforma condivisa, capace di unire maggioranza e opposizione attorno alle proposte di legge già all’esame della Camera, per evitare che il riassetto si traduca in una sterile «guerra per bande». L’esclusione del documentario su Regeni ha già innescato dure interrogazioni parlamentari, un acceso confronto politico e persino dimissioni all’interno delle commissioni di valutazione.