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IL QUADRO POLITICO

Sondaggi, il centrodestra perde smalto mentre Pd e M5S avanzano: il dato che inquieta davvero è un altro

Non è il sorpasso che oggi cambia la politica italiana, ma il lento spostamento del baricentro: tra l’arretramento della Lega, la tenuta di Fratelli d’Italia e l’ascesa di Roberto Vannacci, il quadro si muove più di quanto sembri.

19 Maggio 2026, 12:31

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Sondaggi, il centrodestra perde smalto mentre Pd e M5S avanzano: il dato che inquieta davvero è un altro

C’è un numero che, più degli altri, racconta la fase. Non è il 28,5 per cento di Fratelli d’Italia, che pure conferma il partito di Giorgia Meloni saldamente in testa. Non è neppure il 22,2 per cento del Partito Democratico, che continua a rosicchiare terreno. E non è soltanto il 12,5 per cento del Movimento 5 Stelle, che torna a salire. Il dato che merita di essere guardato con attenzione è quel 4,1 per cento attribuito a Futuro Nazionale, la formazione riconducibile a Roberto Vannacci: una soglia che, in un sistema politico già frastagliato, smette di essere folclore e comincia a diventare fattore.

L’ultima rilevazione SWG per il TgLa7, pubblicata ieri, fotografa un’Italia politicamente meno immobile di quanto suggeriscano gli scarti minimi settimanali. Fratelli d’Italia arretra di 0,3 punti e si attesta al 28,5 per cento; il Pd cresce di 0,2 e sale al 22,2; il M5S avanza di 0,3 fino al 12,5. Anche Forza Italia guadagna un decimale e tocca il 7,6 per cento. Sul fronte opposto, cala ancora la Lega, che perde 0,2 punti e si ferma al 6 per cento, mentre Alleanza Verdi e Sinistra scende al 6,7. Fra i partiti minori, Azione è al 3,5 per cento, Italia Viva al 2,4, +Europa all’1,4, Noi Moderati all’1,3. Resta stabile al 27 per cento la quota di chi non esprime una preferenza.

La notizia non è che FdI resta primo partito. La notizia è che il vantaggio si assottiglia lentamente

Per il partito della presidente del Consiglio, il problema non è la leadership immediatamente in discussione. Nessuna forza, oggi, appare in grado di insidiare davvero il primato di FdI sul piano del consenso. Tuttavia il trend delle ultime settimane racconta una dinamica meno lineare di quella che Palazzo Chigi preferirebbe esibire. Nella rilevazione SWG dell’11 maggio 2026, Fratelli d’Italia era al 28,8 per cento; una settimana prima, il 4 maggio, era ancora sullo stesso dato; il 27 aprile era al 29,1. Il calo odierno non è drammatico, ma si inserisce in una tendenza di graduale limatura dopo i livelli superiori al 30 per cento registrati a inizio anno.

È il classico logoramento fisiologico di chi governa? In parte sì. Ma non solo. Perché il punto politico è che il consenso perduto da FdI non si trasferisce in modo ordinato all’alleato più diretto. Anzi: la Lega continua a indebolirsi, e questo apre nel campo della destra una questione che va oltre il semplice equilibrio interno alla maggioranza. Se il partito di Matteo Salvini scende al 6 per cento nel sondaggio SWG, resta peraltro sopra la media di altri istituti solo di poco: la Supermedia AGI/YouTrend del 14 maggio 2026 collocava la Lega al 7,3 per cento, mentre altre rilevazioni delle scorse settimane l’hanno vista oscillare in una fascia ormai stabilmente inferiore ai livelli del passato.

Il Pd cresce poco, ma cresce nel punto più importante: la continuità

Per Elly Schlein, il 22,2 per cento non rappresenta un trionfo, ma qualcosa di più utile: una conferma. In una fase in cui il sistema politico italiano premia spesso l’onda e punisce la durata, il Pd prova a costruire una risalita meno rumorosa ma più persistente. La rilevazione SWG dell’11 maggio lo dava al 22 per cento; il 4 maggio era al 21,8; il 27 aprile al 21,6. È una progressione modesta, ma riconoscibile.

Il punto, tuttavia, non è solo aritmetico. Il Partito Democratico beneficia di due movimenti contemporanei: da un lato l’erosione del consenso di governo, dall’altro la ritrovata difficoltà del cosiddetto Terzo polo a proporsi come vero attrattore alternativo. Con Azione al 3,5 per cento e Italia Viva al 2,4, l’area centrista continua a esistere ma non riesce, almeno in questa fase, a incidere sul duopolio tra destra di governo e opposizione principale.

Eppure, il dato del Pd va letto con prudenza. Perché la crescita del partito di Schlein non coincide automaticamente con una crescita dell’intera area progressista nelle forme tradizionali del “campo largo”. La Supermedia AGI/YouTrend del 14 maggio assegnava al Pd il 22 per cento, in flessione di 0,4 punti rispetto a due settimane prima, pur dentro un quadro in cui le coalizioni principali risultavano sostanzialmente appaiate. Questo suggerisce che i margini di recupero esistono, ma restano fragili e molto dipendenti dall’istituto di rilevazione e dal perimetro coalizionale considerato.

Il ritorno del M5S: non sfonda, ma rientra nel gioco vero

Se il Pd consolida, il Movimento 5 Stelle ricomincia a respirare. Il passaggio dal 12,2 all’11 maggio al 12,5 per cento di oggi non cambia da solo gli equilibri, ma restituisce a Giuseppe Conte un profilo più competitivo. Soprattutto perché il M5S mantiene una capacità che nel sistema italiano pesa ancora: intercettare una quota di elettorato non perfettamente sovrapponibile né al riformismo democratico né alla destra sociale.

Il 12,5 per cento resta lontano dal 15,43 per cento ottenuto dal M5S alle elezioni politiche del 25 settembre 2022 alla Camera dei deputati, ma segnala che la fase di stagnazione non è irreversibile. In alcune rilevazioni delle scorse settimane il partito di Conte si era già mosso tra il 12,7 e il 13 per cento; in altre, come la Supermedia del 14 maggio, si fermava al 12,6. In altre parole, il M5S è di nuovo stabilmente dentro una fascia competitiva a doppia cifra piena.

Per il centrosinistra, però, questa non è automaticamente una buona notizia. Perché il recupero pentastellato rafforza Conte, non risolve il nodo della leadership dell’opposizione. E anzi ripropone il paradosso che la politica italiana conosce da anni: la somma potenziale delle opposizioni cresce, ma la sintesi politica resta più complicata della semplice addizione delle percentuali.

La vera ferita della maggioranza si chiama Lega

Fra tutti i numeri del sondaggio, il 6 per cento della Lega è forse il più politicamente pesante. Non solo perché segna un nuovo arretramento, ma perché certifica l’incapacità del partito di Salvini di trasformare la presenza al governo in recupero di consenso. Alle politiche del 2022, la Lega alla Camera aveva ottenuto l’8,77 per cento circa; oggi, secondo SWG, è quasi tre punti sotto. Anche nelle altre rilevazioni recenti il partito appare lontano dai livelli che per anni ne hanno definito l’identità di forza trainante del centrodestra.

Non è soltanto un problema di percentuali. È un problema di spazio politico. La Lega perde verso Fratelli d’Italia quando l’elettore di destra privilegia l’affidabilità di governo; ma perde anche verso destra, o almeno verso un’area nazional-identitaria più radicale, se la figura di Vannacci continua a crescere. Il 4,1 per cento di Futuro Nazionale è ancora lontano dal trasformarsi in una minaccia sistemica per la maggioranza, ma basta a rendere più affollato e più competitivo il segmento elettorale in cui Salvini una volta era egemone.

Vannacci oltre il simbolico: il 4,1 per cento cambia il significato del fenomeno

Per mesi il caso Vannacci è stato letto soprattutto come sintomo mediatico: una rendita di visibilità, una pressione laterale sul centrodestra, un serbatoio di protesta identitaria. Ma quando una lista o una formazione supera il 4 per cento in un sondaggio nazionale, il discorso cambia. Non si tratta più soltanto di influenza culturale o di rumore politico; si entra in un’area in cui, almeno teoricamente, un soggetto può cominciare a pesare nelle strategie delle coalizioni, nelle candidature, nella distribuzione del messaggio.

Il dato, peraltro, non arriva dal nulla. La rilevazione SWG dell’11 maggio assegnava a Futuro Nazionale il 3,9 per cento; il 4 maggio era al 3,6; il 27 aprile ancora al 3,6. Anche la Supermedia AGI/YouTrend del 14 maggio lo collocava al 3,6, e un sondaggio Ipsos di fine aprile lo dava addirittura al 4,1. Non siamo dunque davanti a una fiammata isolata, ma a una presenza che diversi istituti registrano ormai con una certa continuità.

Per Meloni, il fenomeno può essere gestito finché resta marginale e non altera i rapporti di forza parlamentari. Per Salvini, invece, è più insidioso: perché agisce sullo stesso terreno emotivo e simbolico, quello dell’identità, della sicurezza, della polemica anti-establishment e dell’appello a un elettorato insofferente tanto alla mediazione di governo quanto al moderatismo di coalizione.

Il centrodestra resta avanti, ma non domina più l’immaginario come qualche mese fa

Se si guarda alle liste, il vantaggio della destra resta netto in termini di primo partito e di tenuta complessiva dell’area di governo. Ma il quadro generale è meno monolitico rispetto ai mesi scorsi. La Supermedia AGI/YouTrend del 14 maggio 2026 segnalava un sostanziale pareggio fra i due principali schieramenti: centrodestra al 48,7 per cento e campo largo al 48,7, secondo la ricostruzione diffusa in quella tornata. È un’indicazione diversa dal singolo sondaggio settimanale, ma utile a cogliere il dato di fondo: il vantaggio del governo non è evaporato, però non appare più inattaccabile.

Questo spiega perché i piccoli movimenti percentuali contino più di quanto sembri. Quando il primo partito arretra, il secondo consolida, il terzo cresce e l’alleato più fragile della maggioranza continua a perdere terreno, il messaggio politico non sta nella fotografia di un giorno ma nella sequenza. E la sequenza, da diverse settimane, dice che il centrodestra non sta sfondando; sta amministrando. Le opposizioni, viceversa, non stanno ancora costruendo un’alternativa compiuta, ma stanno tornando a occupare spazio.

Il convitato di pietra resta il non voto

C’è infine un elemento che spesso resta sullo sfondo e che invece andrebbe rimesso al centro dell’analisi: il 27 per cento di elettori che, secondo la rilevazione SWG di ieri, non esprime una preferenza. Non è una novità assoluta, ma è una massa troppo ampia per essere trattata come semplice rumore statistico. In quel bacino convivono astensione strutturale, delusione, attendismo, volatilità. Ed è lì che si gioca una parte decisiva delle partite future, molto più che nei decimali contesi ogni lunedì dai partiti.

Il richiamo è ancora più significativo se lo si accosta al precedente storico più recente. Alle elezioni politiche del 25 settembre 2022 l’affluenza alla Camera si fermò al 63,91 per cento, il dato più basso nella storia repubblicana per una consultazione politica nazionale. È un promemoria utile: i sondaggi misurano gli orientamenti, ma la politica reale continua a essere decisa anche, e forse soprattutto, da chi sceglie di non votare.

Che cosa ci dice davvero questa rilevazione

La prima risposta è semplice: Fratelli d’Italia resta il perno del sistema. La seconda è meno rassicurante per il governo: il centrodestra non appare più in espansione. La terza riguarda le opposizioni: Pd e M5S crescono, ma non abbastanza da trasformare il movimento dei sondaggi in un automatismo politico. La quarta, forse la più interessante, è che la crisi della Lega e la crescita di Vannacci stanno ridisegnando il lato destro della competizione in modo più profondo di quanto dica il singolo dato settimanale.

In questo senso, il sondaggio SWG di ieri anon annuncia un terremoto. Annuncia qualcosa di più sottile e forse di più importante: una fase in cui i rapporti di forza non si rovesciano, ma si consumano, si riallineano, si preparano. È il tempo in cui i partiti non cambiano posizione sulla mappa, ma cambiano peso specifico. E spesso, in politica, è proprio allora che cominciano i problemi veri.