L'opera
Dal silenzio al suono, il Battiato di Dario Aita arriva al cinema: il film che racconta l’uomo prima dell’icona
Il film è diretto da Renato De Maria e scritto da Monica Rametta, e racconta una parte precisa della vita del maestro
Arriverà nelle sale dal 2 al 4 febbraio Franco Battiato. Il lungo viaggio, il primo film dedicato all’artista etneo. Il film è diretto da Renato De Maria e scritto da Monica Rametta, e racconta una parte precisa della vita di Franco Battiato: dall’infanzia in Sicilia all’arrivo a Milano negli anni Settanta, fino al ritorno nell’isola e alla morte della madre.
Non è un film che prova a raccontare tutta la vita di Franco Battiato. Si ferma prima, su un periodo preciso, una scelta fatta fin dall’inizio per non forzare un racconto che non si presta a semplificazioni.
A interpretare Battiato è Dario Aita che, chiamato a confrontarsi con una figura fortemente radicata nell’immaginario collettivo, riesce magistralmente a calarsi nei panni dell’autore di Stranizza d’amuri. Un lavoro affrontato evitando l’imitazione: «Non si diventa Franco Battiato», ha spiegato. «Una delle sfide più grandi è stata scollarlo dall’icona che era, perché per raccontare l’artista e l’essere umano bisogna farlo scendere da quell’immaginario in cui il pubblico lo inserisce e riportarlo tra di noi».
Aita racconta di non essere partito dall’immagine di Battiato, né dal tentativo di riprodurne i tratti. Il lavoro è cominciato altrove, da qualcosa di meno visibile: il «suono con cui Battiato aveva detto di voler essere ricordato». Il primo self-tape per la produzione arriva senza esitazioni. «L’ho fatto subito», racconta, pur senza la certezza di essere all’altezza. «Non pensavo di avere quella voce, di poter reggere un confronto così. Ma quando ho fatto quel passo e, a un certo punto, ho sentito che quel suono arrivava. Da lì ha cominciato a starmi addosso».
La conferma della credibilità di Aita arriva anche da Cristina Battiato, nipote dell’autore e presidente della Fondazione a lui intitolata, che ha seguito il progetto fin dalle prime fasi. «Quando ho visto il provino mi sono messa a piangere — ha raccontato — nei movimenti delle mani ho riconosciuto mio zio».
Nel percorso scelto dal film, un ruolo centrale è affidato alla figura della madre, interpretata dall’attrice trapanese Simona Malato. «La madre è una presenza fondamentale nel racconto — ha spiegato l’autrice —. È una figura che accompagna tutto il film e che segna profondamente la sua vita». Una presenza che non viene caricata di simboli, ma restituita come punto fermo affettivo.

Tra le parti più complesse del film c’è la restituzione degli anni della sperimentazione, in particolare i concerti di musica elettronica e d’avanguardia. «Per quella fase non esiste documentazione visiva», racconta De Maria. «Ci sono solo fotografie e i racconti di chi c’era. Ho dovuto costruire sul vuoto, perché nessuno aveva mai filmato quei concerti».

Ancora più delicato è stato raccontare la fragilità. «Nel nostro immaginario Battiato è sempre una persona in equilibrio, tutta d’un pezzo», osserva Aita. «Raccontare invece il momento della crisi, il grande blocco, è stata una sfida enorme, così come restituire il passaggio improvviso alla notorietà e l’impatto di suonare davanti a migliaia di persone».

Il film avanza per sottrazione, lasciando fuori ciò che altrove verrebbe spiegato. Non tutto viene mostrato o raccontato apertamente: alcuni passaggi restano sospesi, affidati a immagini, suoni e frammenti, dall’allontanamento temporaneo dalla musica ai viaggi di formazione, fino a un percorso di ricerca che accompagna il ritorno in Sicilia.
Anche alcuni personaggi — dalla coppia Gaber/Colli all’amica scrittrice Fleur Jaeggy (Elena Radonicich) fino a Giuni Russo (Nicole Petrelli) — sono punteggiati nel racconto. Altri, come Alice, evocata solo in un video a Sanremo 1981, restano sostanzialmente assenti. Più spazio per Giusto Pio (Giulio Forges Davanzati), che da maestro di violino diventa un punto fermo. Nel cast figurano anche Anna Castiglia e Joan Thiele nei panni di Noa.
