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25 aprile 2026 - Aggiornato alle 08:18
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L'inchiesta

La casacca dell'antiracket e il silenzio sull'imposizione del boss: a Niscemi il pizzo sugli oli esausti fa emergere uno spaccato che fa tremare

Il socio fondatore dell'unica associazione presente in provincia di Caltanissetta invece di essere messo alla porta è stato indotto alle dimissioni

25 Aprile 2026, 08:01

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CC CALTAN

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Un'inchiesta antimafia, quel filo sottile che separa la questione morale con le spallucce al boss. E poco importa se sulla carta gli amministratori sono altri. Certo è che in provincia di Caltanissetta la casacca dell'antiracket poco vale dinnanzi al pressing del boss. Lo stesso che si presenta, fa firmare contratti per lucrare sul settore degli oli esausti. Tra il rossore e la lunga lettura dell'atto d'accusa con il blitz "Mondo opposto 2" condotto dai carabinieri del Reparto territoriale di Gela con il coordinamento della Dda di Caltanissetta spunta il nome di uno dei soci fondatori dell'associazione antiracket di Niscemi, l'unica attualmente riconosciuta dalla prefettura di Caltanissetta in provincia.

Riavvolgiamo il nastro del tempo per comprendere realmente cosa è accaduto sia a livello giudiziario sia all'interno dell'associazione. Il boss di Niscemi Alberto Musto intercettato prima della sua carcerazione nel dicembre del 2023 diceva: «Seicento euro ogni mille litri d’olio.. e io ho tutte le attività ora che gli e li ho fatti fare, io ho i Ferrera che mi fanno.. fa la caponata, mi fa solo lui mille litri d’olio, infatti io gli ho fatto portare come si chiama… la vasca quella grande da mille litri». L'imprenditore Stefano Ferrera è uno dei soci fondatori dell'antiracket di Niscemi. Con i suoi 75 anni a suo dire sta lontano dalle società gestite dai generi.

Sono ditte che operano nel settore dell'ortofrutta e nella produzione di caponate. Il boss non pensava solo allo smaltimento degli oli esausti. «Venerdì dobbiamo mandare l’email ad Alessandro, così gli mandiamo l’email con il listino prezzi e tutte cose così lui si guarda». L'altro affare erano le cassette in cui depositare gli ortaggi. Una delle società di Ferrera è stata intestata a Salvatore Valenti. «È montato… lo sai cos’è?». Diceva un interlocutore al boss evidenziando che in realtà non aveva alcun “potere” decisionale, tenuto conto che gli effettivi proprietari dell’azienda erano Salvatore La Porta e Alessandro La Russa (generi di Ferrera). «Non è questo, ma tu, per dire Alessandro, Turi La Porta che sono i padroni dell’attività non dicono una parola».

L'azienda Ferrera avevano fatto «il botto», o meglio aveva avuto problemi giudiziari, pertanto serviva una «persona pulita» a cui intestare la società. «E l’hanno infilato in mezzo, hai capito? Perciò il babbo che ha potuto… ma poi tira dritto, è diventato grosso». Ci sono le intercettazioni degli incontri, l'imposizione delle ditte che hanno effettuato la raccolta degli oli esausti all'interno della grande società tra ortofrutta e confezionamento di confetture. E gli amministratori si sono ben curati al raccontare ai carabinieri della presenza di Alberto Musto durante un incontro. Insomma conoscevano la caratura criminale dell'uomo che a 40 anni ha già trascorso due anni al 41 bis.

All'interno dell'associazione antiracket di Niscemi il rossore in volto. Quell'uomo che ha fondato l'associazione ha sottovalutato queste dinamiche. Così invece di accompagnarlo alla porta, come dovrebbe avvenire in questi casi perché la morale vale più di un documento giudiziario, l'associazione lo ha indotto a dimettersi. In forma garbata. E nella città in cui emerge che tantissimi imprenditori in un modo o nell'altro erano a libro paga del boss sarebbe stato meglio dare un segnale. Di quelli importanti anche perché a Niscemi c'è stato chi dopo aver denunciato ha rischiato la vita.