Mafia
Dal 41bis alla libertà: scarcerato Ciccio Napoli l’uomo d’onore che restava “riservato”
Torna in libertà il rampollo dei Ferrera, il numero 1 della cupola di Cosa Nostra catanese fino al 2022
«Napoli Francesco Tancredi, libero». Quando la giudice Maria Ivana Cardillo, ieri mattina, ha fatto l’appello all’apertura dell’udienza conclusiva del processo abbreviato «Ombra» non è certo passata inosservata alle orecchie più attente la parola «libero» dopo il nome dell’imputato Francesco Napoli.
Nessun refuso, il numero 1 della cupola di Cosa nostra catanese fino al 2022 è stato scarcerato da qualche settimana. Una scarcerazione per fine pena, per essere precisi. Il rampollo dei Ferrera-Cavadduzzu (lo zio è il defunto Giuseppe Ferrera) ha altri processi aperti ma non ci sono sentenze definitive o misure cautelari pendenti. Ieri la gup lo ha condannato a 18 anni e 8 mesi, ma è un verdetto fermo al primo livello a volere usare un gergo da videogame. Per diventare irrevocabile mancano due livelli di giudizio. Nelle pagine del dispositivo della Corte d’Appello nel processo «Sangue Blu» c’era un preciso riferimento: disporre la scarcerazione immediata, se non detenuto per altra causa, di Napoli. Così è stato. Mettendo mano al pallottoliere è un po’ complicato fare i conti: i giudici di secondo grado hanno ritenuto di poter riconoscere il “continuato” con la sentenza dell’inchiesta Orfeo portando la pena finale (accumulata a quella di «Sangue Blu») a 20 anni. E, pare, che li abbia scontati tutti. Quindi i primi di marzo Ciccio Napoli, difeso dagli avvocati Salvatore Pace e Giuseppe Marletta, ha potuto lasciare il carcere, dove era recluso in regime di 41bis. Napoli è diventato il capo della famiglia di Cosa nostra non appena fu scarcerato prima della Pandemia Covid. La sua designazione era già emersa dai verbali di un collaboratore: se avessero arrestato Ciccio “colluccio” Santapaola, come poi è avvenuto nel 2016, lo scettro del comando sarebbe stato affidato all’erede dei Ferrera.
«Non ho avuto scelta», ha messo nero su bianco Napoli in una lettera inviata al gup del processo «Sangue Blu». «Non sono stato in grado di allontanarmi, non ho avuto la forza di oppormi al mio ineluttabile destino», ha scritto. Quell’epistola però è stata considerata dal giudice una strategia per avere un beneficio. «Ammissioni tardive», è stata la valutazione. L’ex reggente dei Santapaola, Santo La Causa, ha raccontato che Napoli è uno dei pochissimi “uomini d’onore riservati” di Cosa Nostra. Un eletto, insomma. Il rampollo dei Ferrera ha confessato di essere stato il capo: «Voglio solo precisare che nel periodo della mia reggenza ho sempre cercato di evitare i contrasti e mettere una parola di buon senso, con l'intento di mantenere gli equilibri sia all'interno che all'esterno». Come si possa parlare di «buon senso» nella mafia è davvero aberrante da leggere. Ma queste sono le parole di Napoli, vergate nelle motivazioni della sentenza di primo grado del processo «Sangue Blu». Quelle, invece, del verdetto della Corte d’Appello, che ha sancito l’immediata liberazione, devono essere ancora depositate. Da quello che è emerso dalle indagini della squadra mobile nell’operazione «Ombra» il boss, consapevole che le manette sarebbero arrivate prima o poi nonostante i tentativi di non mettersi allo scoperto, ha anche scelto il suo successore: Francesco Russo. I poliziotti hanno immortalato Napoli proprio sotto casa di Russo, mentre i due discutevano. Anche il pentito Rosario Bucolo ha confermato la staffetta al vertice di Cosa Nostra.
«Oggi trovo il coraggio di dire basta, di ammettere che ho sbagliato e che devo e voglio prendere le distanze da quel mondo». Questo è un altro passaggio di quella lettera di Napoli al gup. E la speranza è che da uomo libero resti davvero lontano da quello sporco mondo mafioso.


