I FUNERALI
«Oggi Milano ha due sedicenni in meno»: l’ultimo saluto a Chiara e Achille, simboli del dolore per la strage di Crans‑Montana
Chiese gremite, città in lutto, indagini in Svizzera: come il rogo del Constellation ha travolto due famiglie milanesi e interrogato un intero Paese su sicurezza e responsabilità
La statua bronzea di Sant’Ambrogio osserva in silenzio una fila che sembra non finire mai. Sotto il porticato, nel freddo tagliente di Milano del 7 gennaio 2026, una ragazza stringe un mazzo di ranuncoli e sussurra: “Per Achille”. A poche centinaia di metri, dietro il rosone di Santa Maria delle Grazie, un ragazzo appunta sul libro dei ricordi: “Ciao Chiara, eri luce”. Non è una scena da film, ma il giorno dell’addio a due sedicenni — Chiara Costanzo e Achille Barosi — diventati, loro malgrado, il volto italiano della tragedia di Crans‑Montana, l’incendio del locale Le Constellation che ha provocato almeno 40 morti e 116 feriti nella notte di Capodanno. Le navate sono piene già molto prima dell’inizio delle funzioni, i canti spezzati dai singhiozzi, i banchi coperti di fiori bianchi. Milano trattiene il respiro e abbassa le saracinesche del rumore: è giorno di lutto cittadino.
Il giorno dell’addio: due cerimonie, un’unica città raccolta
Dall’alba, le due chiese simbolo — la Basilica di Sant’Ambrogio per Achille, Santa Maria delle Grazie per Chiara — si riempiono di compagni di scuola, insegnanti, famiglie. Tanti arrivano con le sciarpe dei licei, altri con i giubbotti degli oratori. Nel flusso ininterrotto c’è l’Italia che non vuole rassegnarsi a una morte così precoce e assurda: sedicenni che salutano coetanei, genitori che abbracciano altri genitori senza sapere cosa dire. “Oggi sono i figli di tutti”, confida una signora all’ingresso.
Le cronache hanno raccontato l’apertura anticipata delle porte, le chiese gremite e le camere ardenti affollate fin dal giorno precedente. Alcune testate avevano indicato orari distinti per le esequie; altre hanno riferito di cerimonie parallele nel pomeriggio, con fedeli in fila ben prima dell’inizio. È un dettaglio che, nella sostanza, non cambia il quadro: Milano ha accompagnato Chiara e Achille con una partecipazione ordinata e corale, la stessa che ha indotto il Sindaco Giuseppe Sala a proclamare il lutto cittadino per l’intera giornata del 7 gennaio. Un gesto formale e insieme intimo, che ha preso la forma di bandiere a mezz’asta, minuti di silenzio nelle scuole e una lunga processione laica di amici e sconosciuti entrati per lasciare un fiore o un biglietto.
Chi erano Chiara e Achille
Di Chiara Costanzo, i compagni ricordano il sorriso pronto e la curiosità per tutto: la musica, i viaggi, la voglia di imparare. Di Achille Barosi, gli amici raccontano la passione per la montagna e le arrampicate: in una foto appoggiata sulla bara di legno chiaro, la mano sinistra poggia su una roccia, lo sguardo aperto al mondo. Entrambi 16enni, entrambi in vacanza con un gruppo di amici a Crans‑Montana, entrambi rimasti intrappolati tra le fiamme del Constellation nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio. A Milano, gli zii, i cugini, gli amici di famiglia hanno condiviso il ricordo di due adolescenti in cammino, con i sogni dei sedici anni e una città intera a fare da sfondo.
Il contesto della tragedia: cosa sappiamo dell’incendio
La dinamica, al momento, è oggetto di un’indagine penale in Svizzera, ma un punto fermo c’è: attorno all’1:30 del 1° gennaio 2026, nel seminterrato del Le Constellation il soffitto avrebbe preso fuoco in pochi secondi, verosimilmente dopo che alcune “fontane” pirotecniche montate su bottiglie di champagne sono state sollevate troppo vicino ai pannelli di materiale fonoassorbente. Le fiamme sarebbero dilagate con una rapidità compatibile con un flashover, saturando il locale di fumo denso e tossico. L’incendio ha causato 40 vittime e 116 feriti, molti in condizioni gravi; 83 persone risultavano ancora ricoverate a inizio settimana. Le autorità hanno escluso, finora, un atto doloso: l’ipotesi prevalente è l’innesco accidentale aggravato da materiali infiammabili e sovraffollamento.
Le indagini in Svizzera: i nodi della sicurezza
Il rogo ha immediatamente acceso un faro su controlli, materiali e capienza. Secondo fonti ufficiali e ricostruzioni giornalistiche, il locale non avrebbe superato verifiche di sicurezza negli ultimi anni: si parla di una finestra di tempo senza ispezioni tra il 2019 e il 2025, nonostante norme che prevedono controlli periodici. Un responsabile della sicurezza del Canton Vallese ha ricordato che gli standard svizzeri richiedono attenzione specifica ai rivestimenti interni e ai materiali fonoassorbenti, proprio per prevenire incendi rapidi e fumi letali.
In parallelo, la Procura ha aperto un fascicolo ipotizzando, tra gli altri, i reati di omicidio colposo e lesioni colpose, con riferimento ai gestori del locale. Intanto le autorità politiche locali hanno annunciato stretta sui fuochi d’artificio indoor e nuove ispezioni capillari in altri esercizi. Sono passaggi che non riportano indietro il tempo, ma disegnano la mappa delle responsabilità e delle contromisure.
Il dolore oltre i confini: le altre vittime italiane e il rimpatrio
Nei giorni successivi al rogo, le liste dei dispersi si sono trasformate, con lentezza e dignità, in elenchi di nomi. Tra le vittime italiane, oltre a Chiara e Achille, sono stati ricordati un giovane golfista di 16 anni, Emanuele Galeppini, un talento cresciuto tra Italia e Dubai; con lui, altri ragazzi che avevano scelto la montagna per salutare l’anno nuovo. L’Aeronautica Militare ha curato il rimpatrio di cinque salme con un volo C‑130 decollato da Sion alla presenza delle autorità italiane e svizzere, mentre un feretro ha proseguito per Ciampino. Il rientro in Italia è stato preceduto da complesse operazioni di identificazione rese difficili dalla natura delle lesioni: molte famiglie sono state chiamate a fornire campioni di DNA. Sono dettagli duri, ma necessari per capire la portata della tragedia e la cura con cui si è cercato di restituire un nome a ogni storia.
Milano in lutto: il ruolo delle istituzioni e della comunità
Il Comune di Milano ha indicato una strada netta: lutto cittadino nel giorno dei funerali e vicinanza concreta alle famiglie. Il sindaco Beppe Sala e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana hanno accompagnato fasi significative del rientro delle salme e della preparazione delle esequie. Le scuole frequentate dai ragazzi hanno allestito spazi di ascolto con psicologi e mediatori, gli oratori hanno organizzato veglie di preghiera e momenti di raccoglimento aperti a tutti. Perfino il linguaggio della città si è fatto più sobrio: vetrine senza musica, allenamenti sospesi in alcune società sportive, iniziative di beneficenza a favore dei feriti e dei familiari. In un’epoca di rumore costante, Milano ha scelto il silenzio come forma alta di vicinanza.
Le domande che restano: capienza, uscite, materiali
Al netto dell’accertamento penale che spetta alla Svizzera, ci sono domande che interpellano chiunque gestisca o frequenti un locale:
- La capienza effettiva del Constellation era rispettata la notte di Capodanno? Testimonianze convergono su un forte affollamento. Una capienza superata può trasformare un principio d’incendio in una trappola.
- Le uscite di sicurezza erano sufficienti e agibili? In contesti sotterranei, la larghezza dei varchi e la segnaletica luminosa diventano questione di vita o di morte.
- I materiali fonoassorbenti erano ignifughi e certificati? Le evidenze su pannelli potenzialmente infiammabili hanno un rilievo centrale.
- I controlli periodici sono stati svolti con la necessaria continuità tra 2019 e 2025? Qui si gioca la responsabilità pubblica: la prevenzione è un dovere, non un’opzione.
Ogni risposta pesa, perché indica una catena causale. Un singolo errore può essere fatale; una serie di leggerezze — nei materiali, nei permessi, nella vigilanza — diventa la perfetta, micidiale somma di fattori.
Un dolore giovane: la statistica che fa male
La metà delle vittime avrebbe meno di 18 anni, con un’età compresa — secondo alcune ricostruzioni — tra i 14 e i 39 anni. L’immagine che ne deriva è spietata: una festa di Capodanno divenuta, in pochi attimi, la più letale tragedia in uno spazio chiuso che la Svizzera ricordi da decenni. I numeri, per una volta, non sono astrazioni: 40 vite interrotte, 116 feriti, 68 di nazionalità svizzera, 21 francesi, 10 italiani, e poi un mosaico di altri paesi europei ed extraeuropei. La notte in cui il mondo dovrebbe ricominciare ha invece lasciato una frattura che attraversa confini e generazioni.
La lezione che Milano porta a casa
Cosa resta, oltre alle lacrime, dopo una giornata come questa? Resta l’idea di comunità. Nelle firme lasciate sui registri, negli abbracci fuori dalle chiese, nel passo lento di chi ha atteso anche ore per posare un fiore, c’è una città che riconosce il proprio debito verso i giovani: garantire loro spazi sicuri in cui crescere, incontrarsi, festeggiare.
Non è un auspicio vago: riguarda regole chiare, controlli puntuali, materiali certificati, formazione di chi lavora nella notte, capienze rispettate, esercitazioni antincendio e piani di evacuazione reali e praticati. Riguarda anche noi, come pubblico: riconoscere segnali di rischio, pretendere standard, non accettare leggerezze travestite da normalità.

