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lo scenario

Groenlandia, il paracadute anti Trump dell'Europa: la clausola che obbliga a difendere un membro dell'Unione aggredito

Un impegno preciso sulla carta, fragile nella pratica: come funziona la “mutua assistenza” dell’Unione, quando si applica, che cosa promette (più del famoso articolo 5 della Nato) e perché potrebbe tornare centrale

Redazione La Sicilia

16 Gennaio 2026, 09:17

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Novembre 2015: dopo la strage del Bataclan, il ministro della Difesa francese Jean‑Yves Le Drian prende la parola davanti ai colleghi dell’Unione Europea. Non chiede un messaggio di cordoglio, ma l’attivazione di una clausola di cui molti, in quella stessa stanza, hanno appena imparato il nome. È l’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona: “obbligo di aiuto e assistenza con tutti i mezzi a propria disposizione” in caso di “aggressione armata”.

I ministri rispondono all’unisono: sì. È la prima e unica volta che accade. Da allora, la clausola è rimasta silente. Eppure, in un’Europa che reimpara la grammatica della potenza – guerra in Ucraina, cyberattacchi, pressioni ibride – quella riga di Trattato rischia di diventare il paracadute politico‑militare più concreto del continente.

Che cos’è davvero l’Articolo 42.7

L’Articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea (TUE) è la clausola di mutua assistenza: se uno Stato membro subisce un’aggressione armata nel proprio territorio, gli altri “hanno l’obbligo di fornirgli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere”, nel rispetto dell’articolo 51 della Carta ONU. Due caveat fondamentali sono scritti nero su bianco: l’assistenza “non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e difesa di alcuni Stati” (cioè i Paesi con tradizione di neutralità) e deve rimanere compatibile con gli impegni NATO, che per i membri dell’Alleanza “resta il fondamento della difesa collettiva”. In pratica: obbligo forte, ma calibrato su capacità, dottrina e appartenenze di ciascuno.

Dal punto di vista giuridico il testo è, per certi versi, più stringente dell’articolo 5 della NATO. L’Alleanza stabilisce che un attacco a uno è un attacco a tutti, ma lascia a ogni Stato la scelta di “intraprendere l’azione che ritiene necessaria”, “incluso l’uso della forza”. L’UE parla invece di “obbligo di aiuto e assistenza” e di “tutti i mezzi a loro disposizione”. Parole che impongono un dovere, non solo una facoltà. Resta però una differenza sostanziale: l'Unione europea non ha un’armata europea; tutto dipende da forze e decisioni degli Stati.

La prova del 2015

Il 17 novembre 2015, all’indomani delle stragi di Parigi, la Francia invocò formalmente l’articolo 42.7. L’unanimità dei ministri della Difesa fu immediata. Poi vennero le trattative bilaterali: alcuni Paesi rafforzarono la presenza nel Sahel, altri inviarono assetti a supporto delle operazioni anti‑Daesh (dalla fregata belga ai Tornado tedeschi, fino alle autorizzazioni di Regno Unito e Paesi Bassi per le missioni in Siria). Fu un aiuto reale, ma “a geometria variabile”, che confermò la natura intergovernativa della clausola.

La Francia non può fare tutto”, ripeté Le Drian. L’UE coordinò dove possibile, ma senza una propria catena militare esecutiva: niente “missione europea” unica, bensì un mosaico di contributi nazionali per liberare capacità francesi sui teatri prioritari. Una scelta politica – oltre che operativa – per dare sostanza alla difesa europea senza confondere i piani con NATO e Commissione.

Neutralità e “ombre” del testo: chi può fare che cosa

Il passaggio che tutela “il carattere specifico della politica di sicurezza e difesa” riguarda Paesi con tradizioni di neutralità. Oggi nell’UE non aderiscono alla NATO Austria, Irlanda, Malta e Cipro (mentre la Finlandia è entrata nel 2023 e la Svezia nel 2024): per loro il 42.7 è potenzialmente il “paracadute” politico‑giuridico primario in caso di aggressione. Ma gli obblighi restano compatibili con la neutralità, dunque modulati su assistenza non necessariamente armata.

Questa ambiguità – virtù per i realisti, vizio per i giuristi – è consustanziale alla clausola: impone aiuto, ma lascia spazio a forme diverse (intelligence, cyber, logistica, sanitario, spazio, diplomazia). È un ponte tra culture strategiche differenti, anche quando coinvolge partner NATO e non NATO dentro lo stesso Consiglio.

È davvero “più forte” della NATO? Sì nel lessico, no nelle capacità

Dire che il 42.7 sia “più duro” dell’articolo 5 ha senso sul piano linguistico: “obbligo” vs “azione ritenuta necessaria”. Ma la forza di una clausola dipende dai mezzi che la sorreggono. E qui l’UE sconta due limiti strutturali: non dispone di una forza permanente integrata; le decisioni restano nazionali, spesso con procedure politiche e parlamentari complesse.

In altre parole: la NATO ha una struttura di comando e pianificazione integrata e una massa critica di forze pronta a operare; l’UE no. Ecco perché lo stesso Servizio Europeo per l’Azione Esterna insiste: il 42.7 è “coerente” con gli impegni NATO, che “resta il fondamento della difesa collettiva” per i suoi membri.

Quando e come potrebbe essere invocato domani

Il testo parla di “aggressione armata sul territorio”. Su questi due concetti si gioca gran parte della discussione contemporanea: "Aggressione armata” include solo carri armati e missili, o anche attacchi ibridi e cyber su larga scala? Gli esercizi di scenario UE hanno incluso casi “ibridi” e cyber massivi: un’indicazione politica, non una sentenza della Corte. 

“Territorio” comprende acque territoriali, piattaforme offshore, satelliti? Il dibattito – più dottrinale che giurisprudenziale – si è intensificato con la crescita delle minacce contro infrastrutture critiche sottomarine e spaziali. L’interpretazione non è codificata, ma l’UE tende a considerare “territorio” in senso funzionale alla sicurezza.

Un altro nodo: cosa accade se la crisi coinvolge un alleato NATO dall’altra parte? Nel 2020 in Grecia si discusse – a livello politico – l’idea di evocare il 42.7 in una crisi contro la Turchia. Sarebbe un terreno inesplorato, che conferma quanto la clausola sia, insieme, strumento giuridico e atto politico.

Dal testo alla forza: che cosa sta cambiando nelle capacità europee

L’UE sta cercando di colmare il divario tra testo e forza: eEsercitazioni congiunte e live exercises regolari; corsie più rapide per la mobilità militareincentivi e appalti congiunti per munizioni, difesa aerea, dronifondi dedicati all’ecosistema industriale europeo.

La strada è lunga, ma la direzione è chiara: rendere il 42.7 non solo un impegno giuridico, ma una capacità credibile.