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l'omicidio

Rogoredo: Cinturrino chiede scusa ma si allunga l'ombra di un "sistema" nel commissariato Mecenate

Il poliziotto che ha ucciso a sangue freddo il pusher: «Ho sbagliato». La famiglia della vittima: «Ha fatto una messa in scena, non è stato un errore». Quattro colleghi trasferiti altrove

26 Febbraio 2026, 19:04

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Rogoredo: Cinturrino chiede scusa e si allunga l'ombra di un "sistema" nel commissariato Mecenate

Carmelo Cinturrino subito dopo il delitto

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Il caso della morte di Abderrahim Mansouri, ucciso lo scorso 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, si arricchisce di nuovi, drammatici capitoli che scuotono profondamente la Polizia di Stato milanese. Seguendo le recenti evoluzioni, la vicenda ha visto un susseguirsi di eventi cruciali: in primis la lettera di scuse dell'agente accusato dell'omicidio, a cui ha fatto subito seguito la durissima replica della famiglia della vittima e, infine, l'adozione di drastici provvedimenti nei confronti dei colleghi poliziotti presenti sul luogo del delitto.

LA LETTERA: "HO AVUTO PAURA, MA SONO UN SERVITORE DELLO STATO"

Tutto è partito dalla diffusione di una missiva scritta di pugno da Carmelo Cinturrino, il poliziotto indagato per aver aperto il fuoco nel noto boschetto della droga milanese. L'agente ha affidato le sue parole al proprio avvocato, il quale le ha poi consegnate in anteprima nazionale alla trasmissione televisiva Diario del Giorno, in onda su Rete 4. "Salve, vorrei scusarmi con tutti per quello che è successo", esordisce l'assistente capo nella sua lettera dal carcere.

Nel testo, Cinturrino cerca di spiegare il suo stato d'animo durante quei tragici istanti: "Credetemi ho avuto paura, prima che quel ragazzo mi colpisse, poi dopo aver sparato delle conseguenze del mio gesto". L'agente aggiunge poi una considerazione controversa sulla vittima, affermando che "quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto". Nonostante dichiari di essere "triste e pentito" e di essersi "sentito disperato" per l'accaduto — rivolgendo un pensiero di dispiacere anche ai parenti del defunto — Cinturrino ci tiene a difendere strenuamente la propria reputazione e la propria carriera istituzionale. Si scusa con i colleghi, ma garantisce di essere "stato sempre onesto e servitore dello Stato". A sostegno di questa sua autorappresentazione, l'indagato elenca i riconoscimenti ottenuti negli anni: "encomi e lodi ricevute negli anni, assenza di alcun tipo di sanzione disciplinare e stima dei colleghi delle volanti, del commissariato di Mecenate e non solo". La lettera si chiude con un appello finale: "Perdonatemi, pagherò per il mio errore".

LA DURA REPLICA DELLA FAMIGLIA: "QUALE ERRORE? CREATA UNA MESSA IN SCENA"

Le parole di pentimento di Cinturrino sono state immediatamente e categoricamente respinte al mittente dai familiari di Abderrahim Mansouri. Attraverso una nota diffusa dai loro legali, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, la famiglia ha espresso tutto il proprio sdegno, rifiutando la narrazione dell'agente e le sue scuse. "Se ha un briciolo di coscienza, confessi tutto il male che ha commesso in questi anni, lui con i suoi compari", hanno tuonato i parenti, puntando il dito contro un presunto sistema di abusi consolidato.

La famiglia non accetta in alcun modo che l'omicidio venga derubricato a un mero sbaglio: "Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore, è qualcosa di orribile". Per i familiari, le scuse non hanno alcun valore "soprattutto se non seguito da una reale confessione sull'intera vicenda" e, in particolar modo, "sul ruolo che hanno rivestito i complici". L'accusa mossa all'intero apparato che circondava Cinturrino è pesantissima: "Crediamo che se qualcuno dei suoi colleghi, che ora lo descrivono come un violento, avesse fatto il proprio dovere e avesse denunciato, Abderrahim oggi sarebbe vivo". I legali rincarano la dose respingendo l'immagine di onestà rivendicata dal poliziotto, affermando che "non c'è nulla di più lontano dell’indagato rispetto al ruolo di servitore dello Stato". Secondo la famiglia, se le ombre che stanno emergendo dovessero trovare definitiva conferma, "il sig. Cinturrino avrebbe dovuto essere arrestato molto tempo fa e non solo per l’omicidio di Abderrahim".

IL TERREMOTO AL COMMISSARIATO MECENATE: TRASFERIMENTI E NUOVE INDAGINI

I sospetti di un coinvolgimento di altri agenti, sollevati con forza dalla famiglia della vittima, trovano un clamoroso riscontro nei provvedimenti adottati in queste ore dalla Questura. Si è infatti appreso del trasferimento di quattro agenti che prestavano servizio presso il commissariato Mecenate. Si tratta degli stessi poliziotti che, nel pomeriggio del 26 gennaio, erano impegnati nel medesimo controllo anti-droga nel boschetto di Rogoredo insieme all'assistente capo Cinturrino.

I quattro agenti sono stati indagati dal pm Giovanni Tarzia per reati gravissimi: favoreggiamento e omissione di soccorso. In seguito a questa iscrizione nel registro degli indagati, sono stati assegnati a uffici non operativi della Questura di Milano; sebbene viga il massimo riserbo sulla loro esatta destinazione, è certo che non opereranno più presso il commissariato Mecenate.

Gli inquirenti si pongono un interrogativo inquietante: com'è stato possibile per un assistente capo muoversi con tale libertà d'azione, "senza rendere conto dei suoi spostamenti ai superiori"? Nel corso degli anni, al vertice del commissariato (guidato da un anno e mezzo dal dirigente Osvaldo Rocchi) si sono succeduti moltissimi dirigenti. Tuttavia, il turnover è storicamente meno rapido per le qualifiche più basse all'interno della polizia. Questa lunghissima permanenza ha permesso all'assistente capo di trascorrere l'intera sua carriera al Mecenate, gestendo una zona di competenza "tanto grande quanto delicata per Milano" e acquisendo nel tempo una conoscenza profondissima, definita "forse troppa", della principale piazza di spaccio del Nord Italia.