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Undici Paesi hanno chiesto all'Ucraina il know-how contro i droni iraniani: la guerra si combatte anche "abbattendo" i costi
Kiev da ormai 4 anni ha trovato un sistema economico per affrontare le armi russe assemblate a Teheran e che costano poche decine di migliaia di euro mentre ogni patriot costa 3 milioni di euro
Lo scorso 2 marzo, un drone di fabbricazione iraniana ha colpito la base RAF di Akrotiri, a Cipro. Le guerre dei droni hanno ormai oltrepassato ogni frontiera e il Vecchio Continente non è più un osservatore esterno. L’episodio ha rappresentato uno spartiacque psicologico per l’Unione Europea, inducendo in poche ore Grecia e Francia a dispiegare fregate, caccia F-16 e sistemi anti-drone per blindare il Mediterraneo orientale e l’Egeo.
Le autorità cipriote, a scopo precauzionale, hanno disposto la chiusura delle scuole e attivato sirene mobili, segnalando uno stato di massima allerta.
Nel medesimo contesto, sullo sfondo dell’escalation in Medio Oriente, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha rivelato un dettaglio significativo: undici Paesi, fra cui nazioni europee, americane e Stati confinanti con l’Iran, hanno chiesto ufficialmente il supporto di Kiev per difendersi da droni Shahed e missili a bassa quota.
Sebbene l’elenco non sia stato reso pubblico, i contorni dell’intesa appaiono chiari. Tra i richiedenti figurano gli Stati Uniti, interessati a tutelare le proprie basi nel Levante e nel Golfo, e quattro capitali del Golfo Persico: Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Arabia Saudita e Qatar.
In Europa, oltre a Grecia e Cipro, Francia, Polonia, Germania, Regno Unito e Italia stanno investendo risorse politiche e finanziarie per integrare il modello ucraino.
Perché il mondo guarda a Kiev? La risposta è nella matematica dei costi. Un drone kamikaze Shahed vale poche decine di migliaia di dollari, mentre un intercettore di sistemi avanzati, come il Patriot, può arrivare a costarne milioni. L’Ucraina, temprata da oltre due anni di attacchi notturni russi, ha messo a punto una risposta “asimmetrica” di notevole efficacia: droni intercettori a basso costo, a partire da circa 1.000 dollari, connessi a una fitta rete di radar e sensori civili-militari. Questo approccio riequilibra il rapporto costo-abbattimento e assicura una sostenibilità operativa irraggiungibile per le tradizionali e costose batterie missilistiche.
Non si parla di esportare armi: a Kiev vige ancora un bando sulle forniture militari all’estero. Ciò che il mondo richiede è il “know-how”: addestramento, dottrina e consulenze per replicare le architetture difensive.
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L’assistenza si articola in tre pacchetti: esercitazioni congiunte (con team già inviati in Danimarca e in partenza per il Medio Oriente); condivisione di tecnologie per la “kill chain” e tattiche di sciami difensivi; integrazione di questi moduli low-cost in sistemi occidentali complessi, come SAMP/T e NASAMS.
Il “metodo ucraino” convince per scalabilità e rapidità di adattamento: un ecosistema di PMI e forze armate in grado di aggiornare software e manuali di ingaggio in poche settimane per fronteggiare l’evoluzione delle tattiche avversarie.
Nell’era delle “guerre di algoritmo”, l’Ucraina dimostra che la sicurezza si fonda sull’innovazione rapida, affermandosi come principale fornitore di esperienza militare “fresca” e prontamente adattabile a livello globale.


