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Iran

Hormuz, le basi Usa e la guerra "diffusa": cosa ha detto Mojtaba Khamenei nel suo primo discorso da Guida Suprema

Messaggio di minaccia senza apparizione pubblica: il leader lancia ultimatum ai Paesi del Golfo e mira alle infrastrutture energetiche con tattiche di guerra ibrida

13 Marzo 2026, 00:44

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Hormuz, le basi Usa e la guerra "diffusa": cosa ha detto Mojtaba Khamenei nel suo primo discorso da Guida Suprema

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A meno di due settimane dall’inizio del conflitto — esploso il 28 febbraio 2026 con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele che hanno portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei — il successore, Mojtaba Khamenei, affida al suo primo messaggio al mondo un tono di netto avvertimento. Non appare in pubblico né pronuncia un discorso: il testo viene letto da un’anchor della televisione di Stato iraniana, scelta che ne accentua il carattere formale e controllato.

Assenza programmata e “saturazione mediatica”
La mancanza di immagini o audio del leader cinquantaseienne, spiegano fonti internazionali e analisi israeliane, potrebbe riflettere ferite riportate da Mojtaba durante i primi bombardamenti che hanno colpito la sua famiglia. La sua invisibilità diventa così una strategia deliberata di massima tutela personale e di comunicazione: una “saturazione mediatica” in cui contano soprattutto la sostanza e la gravità delle minacce, più che la presenza fisica.

Hormuz come leva di ricatto globale
Il cuore del messaggio è lo Stretto di Hormuz, trasformato in “leva di pressione” geopolitica. Da quel collo di bottiglia transita circa un quinto del greggio mondiale; anche la sola ipotesi di blocco, o di un semi-blocco, ha già spinto il prezzo del petrolio oltre quota 100 dollari al barile, destabilizzando i mercati. Le Guardie della Rivoluzione (IRGC) stanno dando una forma operativa alla minaccia con azioni asimmetriche: minamento selettivo, pattugliamenti aggressivi, attacchi dimostrativi a terminali energetici e l’imposizione di una sorta di “permesso” iraniano per il passaggio, rendendo la navigazione incerta e più onerosa.

L’obiettivo dichiarato è fare di Hormuz un interruttore psicologico ed economico globale per forzare un cessate il fuoco alle condizioni di Teheran.

Ultimatum ai Paesi del Golfo: “chiudere le basi americane
Parallelamente al ricatto marittimo, Mojtaba Khamenei indirizza un ultimatum ai governi del Golfo — Qatar, Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Iraq — esortandoli a “chiudere le basi americane”. Quelle installazioni, da cui sarebbero partiti o sarebbero stati coordinati i raid contro l’Iran, diventeranno bersagli “legittimi”, avverte, mentre la protezione offerta da Washington sarebbe “una menzogna”. È una mossa che s’inserisce in un’escalation “a mosaico”, pensata per trasferire rischi e costi della guerra sui vicini arabi. Le parole del leader agiscono come detonatori retorici, con l’intento di alimentare il dibattito interno e il sentimento antiamericano, spingendo i partner regionali a premere su Washington.

Guerra diffusa e infrastrutture energetiche nel mirino
La “strategia del caos” delineata da Teheran estende la lista dei potenziali obiettivi alle infrastrutture civili vitali. Porti petroliferi, raffinerie, snodi del gas e impianti di desalinizzazione vengono indicati come target ogni volta in cui risultino collegati agli interessi degli Stati Uniti o dei loro alleati. L’Iran sostiene che l’uso militare di tali strutture ne annulli la protezione riservata ai siti civili, cancellando di fatto la distinzione tra i due ambiti. È una tattica concepita per infliggere danni materiali e reputazionali considerevoli ai governi della regione.

“Altri fronti” e dottrina ibrida
Il messaggio evoca inoltre l’apertura di “altri fronti”, minacciando l’adozione di una dottrina di guerra diffusa contro obiettivi “soft” o ibridireti digitali, catene logistiche, interessi finanziari e turistici — così da ampliare la geografia del rischio. Scopo dichiarato: rendere il conflitto imprevedibile e asimmetrico, costringendo Stati Uniti, Israele e i loro partner a misurarsi con l’insostenibile costo politico ed economico di una potenziale “guerra lunga”.