LA GUERRA
Hormuz, la rotta che trattiene il respiro del mondo. Il piano dei Sei (tra cui l'Italia) e la minaccia iraniana: «Sarete complici»
Come Londra, Roma, Parigi, Berlino, L’Aia e Tokyo provano a riaccendere la navigazione nel Golfo mentre Teheran promette “risposte severe”
Lo Stretto di Hormuz - quel varco di appena una cinquantina di chilometri da cui dipende una quota cruciale delle forniture energetiche globali - è diventato una zona d’ombra: transiti ridotti all’osso, assicurazioni alle stelle, rotte alternative che non bastano. È in questo vuoto operativo (dopo giorni di blocco) che sei Paesi - Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone - si dicono pronti a contribuire a un piano coordinato per ripristinare la libertà di navigazione, con un obiettivo politico prima ancora che militare: riaprire il collo di bottiglia dell’energia senza scivolare nella guerra aperta con l’Iran.
Un “piano dei Sei” per riaprire Hormuz
Sullo sfondo delle pressioni statunitensi per una coalizione più ampia, le capitali europee hanno scelto un profilo distinto: niente coinvolgimento diretto nei combattimenti, ma lavoro diplomatico e, se necessario, un dispositivo di scorta navale a protezione del traffico mercantile. A Londra, Downing Street ha fatto sapere che Regno Unito, Italia e Germania stanno “lavorando a una serie di opzioni per proteggere le navi commerciali nello Stretto di Hormuz”, mentre a Parigi il presidente Emmanuel Macron ha rilanciato in sede G7 la necessità di “ripristinare al più presto la libertà di navigazione”, anche mettendo a disposizione unità aggiuntive per missioni di scorta “puramente difensive.” Da Berlino e Roma sono arrivati segnali convergenti: sostegno alla libertà di navigazione, cautela contro un’escalation non controllata. L’Aia ha partecipato ai primi contatti tecnici; Tokyo osserva con crescente preoccupazione i rischi di shock energetico e valuta contributi coerenti con la propria costituzione pacifista.
Sul piano operativo, le ipotesi allo studio si intrecciano con la cornice europea già esistente. La Francia ha annunciato l’invio di ulteriori unità della Marine Nationale e l’intenzione di mettere due fregate a supporto di un dispositivo europeo di scorta attraverso l’Operazione Aspides — il quadro navale dell’UE nel Mar Rosso e nel Golfo, adattabile a uno scenario Hormuz post-escalation. A bordo del gruppo navale francese compaiono anche assetti navali di Spagna e Paesi Bassi, indizio concreto della convergenza europea. Italia e Grecia sono tra i Paesi-chiave di comando e supporto logistico di Aspides, segno che la spina dorsale tecnica di un’eventuale missione a Hormuz è già in gran parte predisposta.
Teheran rilancia: “Chi aiuta Washington è complice”
Mentre prende forma il cantiere diplomatico-militare, Teheran alza il volume. Il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha avvertito che i Paesi che “aiutano gli Stati Uniti” nelle operazioni contro l’Iran saranno considerati “complici”. Più in generale, l’establishment iraniano promette “risposte severe” e avverte di “nessuna moderazione” qualora obiettivi come infrastrutture energetiche, impianti petroliferi o nodi critici per l’acqua e l’elettricità venissero colpiti ancora. Nelle ultime settimane, Teheran ha già denunciato attacchi contro siti energetici sensibili — compresa l’area di Qeshm e l’hub petrolifero di Kharg — e ha legato la propria rappresaglia alla difesa di asset considerati strategici per la sopravvivenza economica del Paese.
Le preoccupazioni non sono solo iraniane. Amnesty International ha richiamato tutte le parti in causa — Iran, Israele, USA e attori regionali — a cessare gli attacchi “illegali” contro le infrastrutture energetiche: raffinerie, centrali elettriche, impianti di desalinizzazione. Colpirle, ammonisce l’organizzazione, rischia di produrre danni ambientali irreversibili e catastrofi umanitarie in un’area già fragile.
Hormuz, il collo di bottiglia del pianeta
Perché tutto questo dispiegamento di attenzioni? Perché attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga del GNL, diretto in gran parte verso mercati asiatici ma cruciale anche per l’Europa. Quando lo Stretto viene percepito come “zona di guerra”, il commercio marittimo si assottiglia, le assicurazioni rincarano, i noli si impennano e il prezzo del barile torna a correre. Anche con gli oleodotti sauditi ed emiratini che bypassano parzialmente lo Stretto, la capacità alternativa resta limitata: non basta a compensare un blocco prolungato. E infatti, dopo gli attacchi e le minacce di inizio marzo 2026, i passaggi sono crollati e in alcuni giorni si sono contate appena poche navi in transito.

La fotografia energetica spiega anche la cautela europea. A Bruxelles, i leader dell’UE hanno ribadito che “questa non è la nostra guerra”, rifiutando di farsi trascinare in un conflitto diretto ma riconoscendo che la sicurezza dei chokepoint marittimi — Hormuz e Bab el-Mandeb — è interesse strategico europeo. Da qui l’idea di un “doppio binario”: pressione diplomatica per cessare ostilità e scambio di missili, affiancata da uno strumento di scorta difensiva a tutela delle linee di approvvigionamento.
Scenari militari e regole d’ingaggio
Un’eventuale missione dei Sei dovrebbe evitare qualsiasi percezione di “blocco” contro l’Iran e mantenere regole d’ingaggio strettamente difensive: identificazione, deterrenza, affiancamento, reazione solo a minacce immediate. La presenza di unità europee e giapponesi a bandiera distinta dagli USA è parte integrante del messaggio: garantire la libertà di navigazione come bene pubblico globale, non partecipare a una campagna offensiva. La Francia ha già manifestato la disponibilità a destinare ulteriori navi alle scorte, inserendole nel perimetro UE. Italia e Germania lavorano a pacchetti tecnici (assetti, rotazioni, basi di appoggio). Paesi Bassi e Giappone possono contribuire con fregate moderne, sistemi di scoperta e capacità di guerra elettronica. Tutto, però, dipenderà dalla curva della violenza: se missili e droni torneranno a colpire vicino ai canali di traffico, il margine per un dispositivo “leggero” si ridurrà.

Il messaggio che parte da Teheran
Per Teheran, Hormuz è leva strategica e simbolica. La capacità dell’IRGC di condizionare i transiti è parte dell’arsenale negoziale dell’Iran sin dagli anni ’80. Ma bloccare davvero lo Stretto significa colpire anche gli interessi iraniani: export di greggio, entrate in valuta, stabilità interna. Ecco perché le minacce alternano toni apocalittici e calcolo tattico. Negli ultimi attacchi al tessuto energetico iraniano — dall’area di Qeshm a Kharg — la risposta di Teheran è stata letale sul piano politico, più selettiva su quello militare: missili e droni a “firma iraniana”, ma con la consueta ambiguità strategica sulla paternità diretta o mediata degli strike, e un continuo appello al diritto di autodifesa sancito dall’ONU. Nel frattempo, il ministro Araghchi ha moltiplicato gli avvisi: “tutte le opzioni sul tavolo” e “nessuna impunità” per chi minaccia siti petroliferi e nucleari.
Il prezzo umano: il Libano sanguina
Mentre le cancellerie scrutano carte nautiche e tavoli di garanzia, la guerra si abbatte sui civili. In Libano, dove lo scontro tra Israele e Hezbollah si è riacceso a livelli mai visti dal 2006, il Ministero della Salute ha comunicato un bilancio superiore a 1.000 vittime dall’inizio dell’ultima ondata di ostilità, con oltre un milione di sfollati. È un Paese allo stremo, con Beirut e il sud sotto bombardamenti ripetuti e servizi essenziali a singhiozzo. Il dato oscilla a seconda dei giorni e delle fonti, ma la tendenza è univoca: la curva dei morti e dei feriti sale, quella delle scorte mediche scende. Per l’Europa, il rischio è un nuovo shock migratorio e una ferita umanitaria alle porte di casa.
La variabile mercato
Il riflesso si vede subito nelle borse energetiche: il petrolio torna a correre ogni volta che i satelliti commerciali registrano un calo dei movimenti nello Stretto; il gas europeo reagisce agli allarmi sulle infrastrutture del Golfo; le compagnie che assicurano il traffico marittimo ricalibrano i premi. Con Hormuz in sofferenza, qualsiasi “incidente” — uno sciame di droni, un abbordaggio aggressivo, un errore di calcolo — può trasformarsi in shock dei prezzi. Un motivo in più, spiegano i diplomatici europei, per tenere separati i dossier: una cosa è la tutela della libertà di navigazione, altra cosa sono le operazioni militari contro l’Iran. Il primo è un bene comune; il secondo porta dritto al rischio di escalation regionale.
Il nodo giuridico e il perimetro politico
C’è poi un tema di diritto internazionale. La libertà di navigazione nei mari e negli stretti internazionali è un principio cardine della Convenzione di Montego Bay. Ma l’Iran contesta la lettura occidentale della transit passage, richiamando sicurezza e autodifesa. La cornice UE–GCC del 5 marzo 2026 ha messo nero su bianco l’impegno condiviso a “salvaguardare lo spazio aereo regionale, le rotte marittime e la libertà di navigazione, anche nello Stretto di Hormuz e a Bab el‑Mandeb.” È la piattaforma minima su cui poggia il piano dei Sei: difendere un principio di ordine internazionale senza riconoscere a Teheran il diritto di piegarlo a leva geopolitica.
Cosa può andare storto (e cosa può andare giusto)
Tre le incognite principali. La prima è la dinamica degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Finché petrolio, gas ed acqua resteranno bersagli — da raffinerie a desalatori — la riapertura completa di Hormuz resterà fragile. Anche un singolo strike su impianti di pompaggio o terminal può fermare una coda di navi lunga chilometri. Amnesty e altri osservatori chiedono uno stop immediato a questi attacchi, che in molte circostanze violano le Convenzioni sulla protezione dei civili.
La seconda è la “complicità” evocata da Araghchi. Se Teheran dovesse ritenere che navi europee o giapponesi stiano fornendo “copertura” ad azioni ostili degli USA, la soglia del rischio salirebbe. Le regole d’ingaggio trasparenti e la tracciabilità delle missioni saranno decisive per non offrire pretesti.

La terza è la politica interna nelle capitali coinvolte. Le opinioni pubbliche europee sono restie a nuove avventure militari. Lo si è visto nei messaggi di Berlino, Roma e Madrid: “non è la nostra guerra”, ma la tutela delle rotte e l’abbassamento della tensione sono una priorità. Un equilibrio complesso, che richiede risultati visibili: navi che ripartono, premi assicurativi che scendono, scorte che arrivano nei porti.
Italia: interesse nazionale e postura europea
Per l’Italia, che figura nel piano dei Sei, la posta in gioco è duplice. Da un lato, l’interesse nazionale: approvvigionamenti energetici, export marittimo, sicurezza delle linee di comunicazione. Dall’altro, la credibilità come attore europeo capace di coniugare diplomazia e capacità navale. Il coinvolgimento in Aspides e la tradizione di missioni nel Mediterraneo allargato offrono a Roma un profilo operativo maturo: fregate polivalenti, elicotteri, team di protezione per i mercantili. Ma la bussola politica resta europea: scorta sì, guerra no; deterrenza sì, escalazione no.
Una finestra di de‑escalation è ancora possibile?
C’è spazio per una tregua marittima? Un cessate il fuoco tecnico su rotte e infrastrutture critiche — a partire da Hormuz — non risolverebbe il conflitto più ampio, ma toglierebbe ossigeno alla spirale. Servirebbero garanzie reciproche: monitoraggio condiviso degli spazi marittimi, canali diretti tra marine militari, impegni espliciti a non colpire target energetici. La diplomazia europea — la Francia in testa — ha sondato questo terreno con l’idea di una coalizione ad hoc “di volenterosi” dedicata alle sole scorte e all’assistenza al traffico civile. Ma la condizione necessaria resta la riduzione del fuoco sulle coste e sulle città, a cominciare dal Libano, dove ogni giorno aggiunge vittime e sfollati a un conteggio già spaventoso.
Il punto
La crisi di Hormuz è un test di governance globale: se il mondo riuscirà a difendere un bene comune come la libertà di navigazione senza precipitare nella guerra totale, avremo guadagnato un precedente prezioso. Il piano dei Sei non promette miracoli, ma apre una via stretta: separare la protezione dei flussi commerciali dalla logica di ritorsione incrociata. Per riuscirci serviranno trasparenza, regole d’ingaggio solide, diplomazia paziente e una catena di comando capace di prendere decisioni rapide senza scarti emotivi. Il resto lo diranno i radar nel Golfo e i registri delle capitanerie: quando le petroliere torneranno a muoversi, sapremo che la politica ha strappato qualche centimetro di spazio alla guerra.

