la guerra
La nuova minaccia di Trump all'Iran: «Aprite Hormuz entro 48 ore o distruggeremo le vostre centrali elettriche»
Ultimatum del presidente Usa a Teheran. Il blocco petrolifero, i raid e l'uso di proxy rischiano di scatenare una crisi energetica e umanitaria regionale
“Se l’Iran non aprirà completamente, senza minacce, lo Stretto di Hormuz entro 48 ore da questo preciso istante, gli Stati Uniti colpiranno e annienteranno le loro varie centrali elettriche, iniziando dalla più grande!”. Con questo messaggio incendiario, diffuso su Truth Social sabato alle 19:44 ora della costa Est, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto a Teheran un ultimatum perentorio.
La scadenza, fissata per la tarda serata di lunedì, segna un possibile punto di non ritorno in una crisi che rischia di incendiare il Medio Oriente e destabilizzare i mercati globali.
La mossa della Casa Bianca arriva in risposta al perdurante blocco del passaggio di Hormuz, di fatto paralizzato dall’inizio di marzo.
Si tratta di un collo di bottiglia strategico attraverso cui transita ogni giorno circa il 20% del petrolio mondiale, pari a 20 milioni di barili.
Dall’avvio delle ostilità il traffico marittimo nello stretto si è ridotto del 95% rispetto ai tempi di pace, lasciando oltre 3.200 navi bloccate nell’area.
Secondo diverse testimonianze, Teheran starebbe gestendo un vero e proprio “semaforo” nel Golfo Persico, autorizzando il passaggio con il contagocce: in alcuni casi documentati, sarebbe stato richiesto un pedaggio di 2 milioni di dollari.
Inoltre, l’Iran ha minacciato di consentire il transito soltanto al greggio pagato in yuan cinesi, una mossa interpretata come un attacco al sistema del petrodollaro e, per riflesso, all’economia statunitense.
La minaccia di colpire la rete elettrica iraniana s’inserisce in una più ampia offensiva militare lanciata da Stati Uniti e Israele a partire dal 28 febbraio. I raid, secondo i resoconti disponibili, hanno provocato circa 1.300 vittime e avrebbero letteralmente decapitato la dirigenza di Teheran, con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, dell’esponente politico Ali Larijani e del ministro dell’Intelligence Ismail Khatib.
Nonostante i colpi subiti, il regime non è crollato: il vuoto di potere sarebbe stato colmato dai Pasdaran (Guardie Rivoluzionarie), imprimendo una svolta più oltranzista e intensificando l’uso di proxy regionali, come dimostrano i recenti attacchi con droni contro gli Emirati Arabi Uniti.
La prospettiva di bombardamenti sistematici alle infrastrutture energetiche civili iraniane suscita fortissime preoccupazioni per gli effetti a catena. Un attacco di tale portata potrebbe non solo gettare l’Iran nell’oscurità, ma anche scatenare ritorsioni contro i delicati impianti di desalinizzazione e i giacimenti petroliferi dei Paesi arabi del Golfo.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha già avvertito che Teheran mostrerà “zero moderazione” qualora le sue infrastrutture venissero colpite. Nel timore di un disastro umanitario ed energetico globale, sei Paesi alleati — Italia, Germania, Francia, Giappone, Regno Unito e Paesi Bassi — hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale, pur condannando gli attacchi, invocano “una moratoria immediata e completa sugli attacchi contro le infrastrutture civili, compresi gli impianti petroliferi e del gas”.
Le sei capitali si sono inoltre dette pronte a contribuire attivamente al ripristino e alla tutela della sicurezza della navigazione nel passaggio di Hormuz.
Da Washington, Trump si è detto fiducioso in un epilogo imminente. Nelle ultime ore ha escluso l’invio di truppe di terra statunitensi, sostenendo che la guerra “finirà molto presto” poiché la marina, l’aviazione, le difese antiaeree e la leadership iraniana “non ci sono più”. Ma neglio Usa crescono i dubbi sulla gestione della guerra da parte del commander in chief.
Il conto alla rovescia è iniziato. Se Teheran non riaprirà completamente Hormuz, l’annientamento della rete elettrica del Paese potrebbe passare da minaccia a ordine esecutivo, aprendo un capitolo inedito e potenzialmente devastante per l’intero Medio Oriente.
