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1 aprile 2026 - Aggiornato alle 20:00
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LE TENSIONI INTERNAZONALI

La minaccia di Trump di uscire dalla Nato scuote le cancellerie europee: ma può farlo davvero?

Londra prova a costruire un fronte multilaterale, ma il discorso alla nazione di questa sera potrebbe cambiare tutto

01 Aprile 2026, 16:59

17:37

La minaccia di Trump di uscire dalla Nato scuote le cancellerie europee: ma può farlo davvero?

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Nel giorno in cui una petroliera «fantasma» attracca a Duqm per aggirare lo Stretto di Hormuz, Donald Trump bolla la Nato come «una tigre di carta» e lascia intendere che l'uscita degli Stati Uniti dall'Alleanza non sia più solo una mossa negoziale, ma un'opzione in fase avanzata di valutazione. I telefoni squillano tra Londra, Parigi e Tokyo. I mercati dell'energia tremano. E l'Europa si ritrova, ancora una volta, a fare i conti con un partner imprevedibile nel mezzo di una guerra.

Le parole di Trump arrivano dopo settimane di frizioni con i governi europei, accusati di non essersi uniti alla campagna militare contro l'Iran. La differenza rispetto al passato non sta nella sostanza — la retorica è nota — ma nella durezza pubblica del messaggio e nel tempismo: questa sera, alle 21 ora della costa est, il presidente parlerà alla nazione promettendo «chiarezza» sul piano per l'Iran. Secondo fonti convergenti, ritiene che il conflitto possa avviarsi alla conclusione «in due o tre settimane», a condizione di «mettere in sicurezza» la dimensione nucleare iraniana. Una previsione che convive con la minaccia di colpire le infrastrutture energetiche di Teheran se lo Stretto non verrà completamente riaperto entro il 6 aprile.

Londra convoca, Starmer rassicura

La risposta europea più concreta viene da Londra. Il governo britannico ha offerto di ospitare un vertice multinazionale per definire un piano condiviso di sicurezza marittima e riapertura del passaggio, coinvolgendo Paesi del G7, partner europei e attori regionali. L'iniziativa si allinea alla dichiarazione congiunta firmata il 19 marzo da Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone, che richiama la Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza Onu e qualifica le interferenze con la navigazione come «minaccia alla pace e sicurezza internazionali».

Il premier Keir Starmer ha risposto alle parole di Trump ribadendo che il Regno Unito è «pienamente impegnato nella Nato», definita «la più efficace alleanza militare che il mondo abbia mai conosciuto». Il messaggio a Downing Street è chiaro: sostenere la sicurezza europea e la libertà di navigazione senza farsi trascinare in un'escalation su larga scala.

Hormuz, il collo di bottiglia del mondo

Lo Stretto di Hormuz veicola circa un quinto dell'export mondiale di petrolio. La sua parziale interdizione — tra mine navali, interdizioni dichiarative e minacce ai mercantili «associati» agli Stati Uniti — ha già fatto schizzare i premi assicurativi e alterato rotte e costi logistici in tutto il mondo. Il piano britannico prevede misure di sminamento, scorta selettiva ai mercantili e una finestra diplomatica verso Teheran tramite canali terzi, coordinata con le missioni navali già operative nel Mar Rosso come l'operazione Aspides. Il nodo politico irrisolto resta uno: Washington accetterà un modello realmente multilaterale o pretenderà una cornice a guida americana?

La minaccia Nato: quanto è concreta?

Uscire dalla Nato non è semplice come minacciarlo. Il Trattato di Washington non prevede una procedura esplicita di recesso - niente di paragonabile all'Articolo 50 dell'Ue. Un ritiro americano richiederebbe scelte presidenziali, un confronto con il Congresso e una rinegoziazione complessa sullo status delle basi, i comandi integrati, le pianificazioni in corso. Ma anche un «quasi-recesso» - riduzione della partecipazione ai comandi, stop ai contributi, ritiro di truppe — avrebbe effetti immediati sulla credibilità della deterrenza, soprattutto sul fianco est dell'Alleanza. È proprio questa zona grigia tra diritto e politica che rende le parole di Trump così destabilizzanti per i mercati e per gli avversari strategici dell'Occidente.

Definire la Nato una «tigre di carta», peraltro, produce un effetto collaterale che forse a Washington è stato sottovalutato: nel breve periodo rafforza la narrativa degli avversari strategici dell'Occidente, che leggono la divisione transatlantica come un invito a testare i limiti della deterrenza.

Cosa aspettarsi nelle prossime ore

Tutto, o quasi, ruota attorno al discorso di questa sera. I toni, le condizioni per la «fine» del conflitto, le eventuali scadenze su Hormuz, i riferimenti alla Nato: un passaggio esplicito sui meccanismi di consultazione con gli alleati darebbe un segnale distensivo; l'assenza di dettagli lo trasformerebbe in un altro giro di vite retorico. Parallelamente, le reazioni dell'Iran — concessioni tattiche sulla navigazione o nuove minacce alle navi «associate» agli Stati Uniti — incideranno direttamente sulle scelte americane e sul margine di manovra europeo.

La minaccia di uscire dalla Nato resta, per ora, più un'arma retorica che una decisione. Ma la combinazione di una guerra ad alta intensità nel Golfo, della crisi nello Stretto di Hormuz e della volontà presidenziale di capitalizzare politicamente una «chiusura rapida» del conflitto apre una finestra di rischio rara. Le cancellerie europee lo sanno. Per questo Londra prova a costruire un percorso multilaterale, mentre ribadisce l'adesione alla Nato come unica cornice strategica disponibile. Nelle prossime ore capiremo se la frattura transatlantica resterà una fenditura retorica o si allargherà a crepa geopolitica.