LA GUERRA
Iran, Trump fissa la resa dei conti per domani sera: piano di bombardamenti già pronto, la diplomazia ha poche ore
Dietro le frasi più dure della Casa Bianca si muove una trattativa ancora aperta, ma appesa a un filo, tra richieste americane, controproposte iraniane, mediazioni regionali e il nodo esplosivo dello Stretto di Hormu
Nel lessico della crisi ci sono parole che servono a descrivere. E poi ce ne sono altre che servono a piegare il tempo, a stringere il collo dell’avversario, a trasformare una trattativa in un conto alla rovescia. Quando Donald Trump, dalla Casa Bianca, scandisce che la scadenza di domani alle 20, ora di Washington (le due di notte in Italia), è “quella definitiva”, non sta soltanto lanciando un messaggio a Teheran: sta provando a imporre il ritmo politico, militare e psicologico dell’ultima fase negoziale.
Il punto, però, è che sotto la superficie dell’ultimatum la partita resta meno lineare di quanto suggerisca la retorica presidenziale. Da una parte, Washington continua a sostenere che la controproposta iraniana rappresenti “un passo avanti”, ma ancora non sufficiente. Dall’altra, l’Iran respinge l’idea di una tregua temporanea e insiste su un cessate il fuoco permanente, con richieste che includono garanzie politiche, fine delle ostilità regionali, risarcimenti e alleggerimento delle sanzioni.
Le parole pronunciate da Trump sono state nette, quasi brutali. Il presidente americano ha detto che l’Iran “deve arrendersi”, sostenendo che il Paese “non ha più armi” e non sarebbe più in grado di rispondere agli attacchi. È una formulazione che appartiene chiaramente al registro della pressione politica e della guerra psicologica più che a una valutazione tecnica verificabile in modo indipendente. Lo stesso presidente, nello stesso passaggio, ha però lasciato intravedere un doppio binario: ha ribadito la durezza dell’ultimatum, ma ha anche sottolineato che gli interlocutori con cui gli Stati Uniti stanno trattando sarebbero “ragionevoli” e “non così radicalizzati”. In altre parole: il linguaggio pubblico è quello della coercizione, il tavolo vero resta quello della negoziazione.
La diplomazia ha tentato un passo avanti per fermare la guerra del Golfo, ma il filo rischia di spezzarsi da un momento all'altro. I mediatori — Pakistan, Egitto, Turchia — hanno messo sul tavolo il cosiddetto «accordo di Islamabad»: una tregua di 45 giorni che consenta un negoziato su tutto il resto, compreso lo sblocco dello Stretto di Hormuz. Teheran ha respinto l'ipotesi. E Trump ha fissato il nuovo ultimatum definitivo per domani sera.
Il piano pakistano, elaborato dopo intensi contatti tra il capo di stato maggiore di Islamabad, il vicepresidente americano JD Vance, l'inviato speciale Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, prevedeva un cessate il fuoco immediato seguito da una trattativa complessiva da concludere entro 15-20 giorni, con possibilità di estendere la tregua. Trump lo ha definito «un passo importante ma non sufficiente», alzando subito dopo il tiro: «L'Iran può essere eliminato in una notte e potrebbe accadere martedì», la data del nuovo e «definitivo» ultimatum posto dal tycoon al regime degli ayatollah.
Teheran: «No alla tregua temporanea»
La risposta iraniana è arrivata sotto forma di una controproposta in dieci punti che rigetta alla radice l'impostazione americana. Prima di ogni altra cosa, Teheran «respinge il cessate il fuoco temporaneo», rivendicando invece la necessità di una cessazione definitiva delle ostilità. Sul tavolo anche la richiesta di un protocollo per il passaggio sicuro attraverso Hormuz, i risarcimenti dei danni di guerra e la revoca delle sanzioni internazionali. Quanto allo Stretto, la posizione è netta: non sarà riaperto in cambio di una tregua temporanea. Il piano americano in quindici punti resta, per Teheran, «inaccettabile».
La Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha accompagnato la controproposta con un messaggio all'insegna della resistenza: «I crimini e le uccisioni non ci scalfiranno».
Washington riconosce che la risposta iraniana contiene elementi di movimento rispetto alla rigidità delle settimane precedenti, ma continua a giudicarla insufficiente. Dire che la proposta è “un passo avanti” serve a non chiudere del tutto il canale diplomatico; aggiungere che resta “non sufficiente” serve invece a mantenere intatta la leva della minaccia militare. È un equilibrio tattico che racconta molto della fase: nessuna delle due parti vuole apparire come quella che abbandona il tavolo, ma nessuna vuole neppure mostrarsi disponibile a concedere troppo sotto pressione. Per Trump, che ha trasformato l’ultimatum in un test di credibilità personale, cedere ancora sul calendario sarebbe politicamente costoso. Per Teheran, accettare senza contropartite sostanziali significherebbe certificare una posizione di debolezza proprio nel momento in cui cerca di ottenere garanzie più ampie.
Netanyahu non si ferma: «Continueremo su tutti i fronti»
Sul fronte israeliano i tentativi della diplomazia sembrano interessare poco Benjamin Netanyahu, che ha già fatto scattare i raid sui complessi petrolchimici iraniani — incluso l'importante sito di South Pars — e intende proseguire nella decimazione dei vertici della Repubblica islamica. In un post per celebrare l'uccisione del capo dell'intelligence e di un comandante della Forza Quds, il premier ha assicurato: «Continueremo con tutta la nostra forza, su tutti i fronti, finché la minaccia non sarà eliminata».
A fare da contraltare è il presidente turco Erdogan, tra i principali mediatori, che ha accusato il governo israeliano di «continuare a minare tutte le iniziative volte a porre fine alla guerra». Le possibilità di un'intesa entro le prossime ore sono considerate scarse da tutti gli osservatori. Martedì sera si saprà se la diplomazia ha ancora qualcosa da dire — o se parleranno le bombe.
