14 febbraio 2026 - Aggiornato alle 00:07
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La digitalizzazione degli atti urbanistici bocciata. L’altra verità dei franchi tiratori: «A vantaggio di poche grandi aziende»

Il voto contrario all’articolo del ddl sugli enti locali: per Autonomisti, ma anche per Cracolici (Pd) dietro l'obbligo unito ai 120 giorni di tempo c'erano «precise richieste»

13 Febbraio 2026, 09:17

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Cracolici

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Più che uno scherzo giocato da franchi tiratori quello della legge sugli enti locali sembra un manuale su come causare un naufragio. Dopo il voto in cui l'articolo dieci, che obbligava i comuni a digitalizzare i documenti urbanistici e a prendere le misure per farlo entro 120 giorni, è stato bocciato da un voto segreto che segreto non è mai stato, dato che 33 su 34 deputati presenti in aula hanno votato contro la norma, si è visto chiaramente cosa può succedere quando la maggioranza è lasciata in balia di sé stessa. Nessuna regia sul testo, nessun accordo, maggioranze che si sono formate di volta in volta in aula e le diverse componenti della coalizione che sostiene il governo Schifani che dicono sì a un articolo e no a un altro.

Un caos in cui la maggioranza non ha mai saputo riorganizzarsi mentre l'opposizione ha avuto gioco facile a fare emergere le contraddizioni, fino ad arrivare allo scoppio di mercoledì su un articolo a cui teneva in particolar modo il deputato Ignazio Abbate, con il supporto di Luca Sammartino che si trovava in aula in quel momento.

Che non si sia trattato solo di uno sgarbo di singoli franchi tiratori lo dice la nota firmata Grande Sicilia - Mpa in cui si rivendica quello che è successo in aula dandone una lettura molto puntigliosa: «Quanto accaduto - si legge - non andrebbe letto come un incidente parlamentare, quanto piuttosto come l'arresto di un iter che poteva far sorgere il dubbio di un drenaggio di risorse pubbliche». La nota parla della «creazione artificiale di un mercato» e di «perplessità per la previsione di soli 120 giorni e l'obbligatorietà: una tempistica così contratta ha sollevato il timore che si creasse uno stato di necessità».

Quello che sarebbe successo, infatti, sarebbe stata la creazione di un obbligo di digitalizzazione dei documenti che riguardano il settore urbanistico a cui i Comuni avrebbero dovuto rispondere entro quattro mesi. Tempi troppo stretti per potersi rivolgere a imprese locali, e che avrebbero costretto ad andare di fretta dalle poche grandi società con cui esistono convenzioni nazionali, aprendo di fatto una stagione di appalti per la digitalizzazione. «Sarebbero stati tutti costretti a rivolgersi a quattro o cinque società - dice Fabio Mancuso, del Mpa - in questo modo avrebbero ammazzato i comuni».

Sul vantaggio che l'articolo bocciato avrebbe portato alle grandi aziende della digitalizzazione si era già discusso in aula. Con Antonello Cracolici, Pd, che è intervenuto per sottolineare che quello di digitalizzare gli archivi è un obbligo che i Comuni hanno già, senza bisogno che ci sia una legge regionale a ribadirlo. Per Cracolici è poco chiaro proprio l'obiettivo della norma: «Ho imparato nel corso dei lunghi anni che frequento quest'aula che nulla arriva per caso, ogni norma, anche la più innocua, ha sempre un'origine».

Una legge che ribadisce quello che già esiste: su questo punto ha risposto in aula proprio il deputato più esposto nella difesa del famigerato articolo 10, Ignazio Abbate. Il quale ha detto che la legge è fatta per «invogliare, perché poi non obbliga nessuno». Al che lo stesso Cracolici ha risposto che la norma invece costituisce un obbligo, come tutte le norme, e ha ribadito che deve esserci per forza un obiettivo: «Probabilmente è una norma su richiesta, perché è troppo tecnica».

Il segnale alla fine è tutto per la maggioranza. Non per Schifani, assente dall'aula al momento del voto, ma per i vari partiti del centrodestra. I quali sono andati talmente in ordine sparso da provare alla fine, quando ogni comma della legge era stato bocciato, a fare cadere il numero legale, senza riuscire a coordinarsi neanche in questo.