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Divieto di macellare cavalli? L'istituto d'incremento ippico si schiera per il no: «È una legge animalista per finta»

La presa di posizione che non ti aspetti rispetto al disegno di legge depositato in Parlamento. Il commissario dell'ente: «L'attività degli allevatori diventerebbe antieconomica»

21 Febbraio 2026, 20:20

Divieto di macellare cavalli? L'istituto d'incremento ippico si schiera per il no: «È una legge animalista per finta»

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La presa di posizione che non ti aspetti. L'istituto d'incremento ippico di Catania si schiera contro la proposta di legge presentata in Parlamento che vieterebbe la macellazione dei tutti gli equidi, cavalli e asini in primis, in Italia. «È una norma che fa finta di essere animalista, ma non lo è. Perché rischia di portare gli allevatori a non fare più il loro mestiere, la tutela del cavallo come animale di affezione esiste già». A parlare è Ignazio Mannino, commissario straordinario dell'istituto etneo.

L'ente che è stato chiamato a presiedere ha la mission, ormai secolare, della conservazione, del miglioramento e della diffusione delle razze equine siciliane. Come si concilia con l'essere d'accordo alla macellazione dei cavalli? «Contrariamente alle intenzioni dei sostenitori del divieto - spiega il Commissario - l'illegalità della macellazione potrebbe peggiorare le condizioni di vita dei cavalli a fine “carriera” sportiva o lavorativa, aumentando il rischio di abbandono o incuria, oltre ad alimentare possibili scenari di macellazione clandestina, contribuendo a generare un mercato nero privo di controlli veterinari, dove le procedure di abbattimento non rispetterebbero di certo i criteri di benessere animale previsti dalla legge attuale».

La legge infatti non vieta il consumo di carne equina, ma solo la macellazione. «Questo - sottolinea Mannino - costringerebbe i commercianti a dipendere esclusivamente dalle importazioni, con un aumento esponenziale dei costi e una perdita totale di controllo sulla filiera "dal pascolo alla tavola", la cosiddetta filiera corta. Il consumo continuerebbe a favore di produttori esteri, vanificando quindi l'intento etico della legge».

La Sicilia è la terza Regione d'Italia per consumo alimentare di carne di cavallo e asina, con circa il 10 per cento dell'intero mercato nazionale (senza considerare il già florido mercato della macellazione clandestina), preceduta solo da Puglia e VenetoAl momento la legge prevede che gli allevatori debbano dichiarare entro sei mesi dalla nascita dell'equide se sarà destinato alla produzione alimentare (DPA) o no (Non DPA). Una scelta irreversibile. 

«Una regolamentazione rigorosa, che garantisca il benessere animale dalla nascita alla morte, è preferibile a un proibizionismo che danneggerebbe paradossalmente la tutela stessa degli animali, l’economia e la biodiversità delle razze locali. Tutti gli animali sportivi - prosegue Mannino - sono classificati come “Non DPA”. La normativa vigente permette, quindi, già al proprietario di scegliere, all'origine, se il proprio animale potrà essere macellato o meno. Un divieto generalizzato sarebbe una forzatura legislativa che ignora questa distinzione volontaria già esistente. Senza lo sbocco alimentare, inoltre, molte razze equine italiane, spesso allevate allo stato brado in zone marginali, rischierebbero l'estinzione perché non più economicamente sostenibili».

Secondo le stime dell'istituto, un allevatore destina alla produzione alimentare tra il 20 e il 30 per cento degli animali. Questo contribuirebbe a rendere sostenibile l'intera attività. «Senza questa valvola di sfogo - conclude il commissario - il rischio è che smettano di fare gli allevatori, perché diventerebbe antieconomico».