post referendum
La slavina di Roma rotola verso la Sicilia: trema il centrodestra, nell'Isola nessuno è al sicuro
La premier ha preteso le dimissioni di Bartolozzi e Delmastro. Se cade pure Santanchè possibili conseguenze anche per i big dell'Isola con guai giudiziari
La slavina partita a Roma potrebbe travolgere anche la Sicilia. Dopo la disfatta al Referendum sulla giustizia, la premier Giorgia Meloni ha preteso un cambio di passo: via il sottosegretario Andrea Del Mastro, via la capa di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi. Via anche la ministra al Turismo Daniela Santanchè, anche se quest'ultima incredibilmente ancora resiste nonostante la pubblica richiesta del passo indietro da parte della presidente del Consiglio.
Dalla Sicilia, in particolare da Fratelli d'Italia, adesso si guarda a quello che succederà nelle prossime ore nella Capitale con sentimenti ambivalenti. Una parte del partito siculo si aspetta che il repulisti generale varchi anche lo Stretto, un'altra parte guarda con ansia e una certa preoccupazione all'evolversi degli eventi. Perché - è il ragionamento che si fa a microfoni spenti negli ambienti meloniani dell'Isola - «se salta anche Santanchè, a cascata verranno coinvolti tutti i territori con situazioni spiacevoli».
Le situazioni spiacevoli in Sicilia per Fratelli d'Italia si chiamano Elvira Amata e Gaetano Galvagno. Sulla prima pende un'accusa di corruzione e una richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Palermo su cui il giudice si esprimerà il 20 aprile. Nel frattempo, però, per l'altra parte in causa di questa vicenda, nelle vesti di corruttrice - l'imprenditrice Marcella Cannariato che ha scelto il rito abbreviato - i magistrati hanno chiesto una condanna a due anni e mezzo. Anche per lei la decisione arriverà il 20 aprile.
Una data che sta condizionando il rimpasto della giunta di Renato Schifani. Ma i fatti delle ultime ore potrebbero imporre un'accelerata anche allo stagnante mondo politico siciliano. «Sicuramente - commenta a La Sicilia il commissario di Fratelli d'Italia in Sicilia, Luca Sbardella - se l'elettorato ci ha voluto dare un messaggio, è giusto tenerne conto. Ma il collegamento con la vicenda Santanchè direi che è forzato, aspettiamo. Al momento non ho sentori di un cambio di rotta sull'Isola».
Dove l'altro big che potrebbe tornare sacrificabile è il presidente dell'Ars, a processo per corruzione avendo scelto il giudizio immediato. Come noto, Galvagno ha nel compaesano Ignazio La Russa il suo difensore più strenuo nei corridoi romani. Il presidente del Senato è anche il principale dante causa di Santanchè. Ecco che, caduto l'argine più grande, sui territori nessuno avrebbe più la forza per dire no a eventuali richieste di passi indietro. «Quello che sta succedendo a Roma è solo un passaggio intermedio», ragiona un meloniano siculo della prima ora - Se si è deciso di dare un atto di indirizzo così forte, finirà per avere refluenze anche sui territori». E sull'Isola nessun partito della maggioranza può dirsi al riparo, visti i procedimenti giudiziari e le indagini che non hanno risparmiato nessuno.
Motivo per cui il "caso" Sicilia viene continuamente usato dalle opposizioni per pungolare Meloni su uno dei temi fondanti di Fratelli d'Italia: la legalità e la trasparenza. Avviene ovviamente in Sicilia, dove l'ultimo a incalzare è stato stamattina Ismaele La Vardera: «Giorgia Meloni - dice il deputato di Controcorrente - sa che in Sicilia su un suo assessore pende una richiesta di rinvio a giudizio per corruzione? Come mai a Roma usa la verga e in Sicilia la bambagia? Abbia il coraggio di non fare due pesi e due misure e sia consequenziale. Il presidente Schifani usato come uno zerbino da Roma non ha il coraggio di mettere alla porta la Amata perché evidentemente protetta da Fratelli d'Italia».
Avviene, però, sempre più spesso, anche su scala nazionale. A maggior ragione oggi dopo l'esito del referendum e le prime dimissioni. Ieri sera il leader del M5s Giuseppe Conte, ospite a Di Martedì su La7, lo ha ricordato: «Di fronte ai casi siciliani di Fratelli d'Italia aspettiamo un altro voto democratico?».
«Finché era un caso circoscritto poteva essere derubricato come locale - ragiona qualche meloniano siciliano - ma quando diventa un'arma nazionale, è più facile che si intervenga. D'altronde, i dati siciliani del referendum, ancora più disastrosi di quelli nazionali, agevolano questo ragionamento».


