L'ANALISI
Sicilia, la parola che fa tremare le segreterie nazionali di tutti i partiti
Da Donzelli e Arianna Meloni al caos Pd, passando per Forza Italia commissariata e la Lega bruciata a Ribera
Chissà cosa avviene, quando nelle segreterie politiche nazionali, qualcuno pronuncia la parola Sicilia. Sinonimo di guai, grattacapi, divisioni e cattivi pensieri per i partiti che nell'isola hanno trovato spesso un bacino di voti decisivo per ogni partita elettorale, ma anche strade dissestate e bucce di banana.
La missione di Giovanni Donzelli e Arianna Meloni di lunedì prossimo andrà a toccare il nervo scoperto dei rapporti tra la base del partito e i dirigenti apicali. Tra le seconde e le terze file, cioè, e i rappresentanti più in vista che, però, hanno a volte sulle spalle il carico di vicende giudiziarie ancora da chiarire. Se i casi di Elvira Amata e Gaetano Galvagno sono i più recenti e i più caldi, di pochi giorni fa è la notizia dell'inchiesta a carico del parlamentare agrigentino Lillo Pisano, sui fondi per gli eventi culturali. Una notizia venuta fuori proprio quando Pisano si era riavvicinato a Fdi, dopo un temporaneo allontanamento per una serie di vecchi post sul nazismo.
Di tenore del tutto diverso, ovviamente, le questioni che oggi toccano Forza Italia. Due giorni fa, nel dare il via alla stagione dei congressi per le nuove segreterie locali, ecco saltare fuori l'eccezione siciliana: qui il partito non è un monolite, come è ormai evidente, e così si profila l'ipotesi di un commissariamento che dovrà impegnare la segreteria nazionale in una non facile mediazione.
Del resto, come detto, la Sicilia ha un pavimento scivoloso. Lo hanno sperimentato i dirigenti settentrionali della Lega, al culmine di una storia che era iniziata nel segno della fiducia e soprattutto dell'amicizia. Quella della festa di Ribera, dove i big nazionali e regionali (Claudio Durigon e Luca Sammartino in primis) avevano benedetto un'alleanza con la Dc di Totò Cuffaro da rendere operativa anche alle elezioni politiche. Pochi giorni dopo, l'esplosione dell'inchiesta della Procura di Palermo, la levata di scudi di alcuni dirigenti leghisti, il parziale passo indietro siciliano, nonostante la conferma degli ottimi rapporti con i democristiani, come conferma, del resto, l'alleanza agrigentina in contrapposizione con l'altro pezzo del centrodestra.
Lì, ad Agrigento, dall'altra parte della barricata, il Movimento cinque stelle ha deciso di ritirare il suo simbolo da quello delle liste a sostegno di Michele Sodano, uomo oggi vicino al leader di Controcorrente Ismaele La Vardera, ma ieri parlamentare alla Camera proprio con i grillini. Pare che Giuseppe Conte, o chi a lui è più vicino, non abbia scordato le critiche espresse all'ex premier da Sodano, nel corso della scorsa legislatura.
Dettagli, se si pensa al romanzo del rinnovo della segreteria siciliana del Pd, coinciso con la riconferma di Anthony Barbagallo. Un tragitto accidentatissimo di accuse, rivendicazioni, strappi, aventini, persino ombre sulle votazioni sollevate da stessi esponenti di partito. E poi le guerre tra il partito e il gruppo parlamentare, le feste dell'Unità all'insegna delle divisioni. Per portare in porto la procedura, è stato necessario l'intervento dei commissari di Elly Schlein, da Nico Stumpo a Igor Taruffi. Quest'ultimo è tra i politici citati dal giudice del Tribunale di Palermo chiamato a pronunciarsi sul ricorso contro il Pd Sicilia depositato da alcuni esponenti siciliani Dem che reputano illegittima, appunto, la procedura congressuale che consentì l'anno scorso la riconferma di Barbagallo. Chissà cosa pensa, il responsabile nazionale dell'organizzazione del Pd, quando sente pronunciare la parola Sicilia.


