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l'inchiesta

La frana di Niscemi: trent'anni di omissioni, ecco tutte le responsabilità del disastro annunciato

Dopo la frana del 1997 era scattata la pianificazione per consolidare la collina. Ma gli interventi sono rimasti sulla carta. Una lentezza che però non c’è stata per il Muos

29 Gennaio 2026, 08:35

16:27

Trent’anni di omissioni ecco tutte le responsabilità del disastro annunciato a Niscemi

Per molti anni uno dei passatempi preferiti dei ragazzi di Niscemi è stato avventurarsi tra le case diroccate del quartiere Sante Croci. Tra le crepe aperte dalla frana del 1997 si faceva a gara a interpretare i vetrini, piccoli pezzi di vetro lasciati tra le fessure per monitorare eventuali movimenti. Quando il frammento si spaccava era il segnale che qualcosa non andava, che la terra stava avanzando nei suoi spostamenti. Per un anno, ogni santo giorno, quei vetrini vennero diligentemente monitorati da un funzionario dell'ufficio tecnico comunale. Nei giorni di pioggia anche più volte nell'arco di 24 ore. Non solo. Il Genio civile aveva realizzato dei pozzetti in cui aveva installato della strumentazione utile alla stessa finalità.

Ma come avviene spesso, la grande paura a poco a poco è diventata un ricordo e si è portata dietro l'attenzione sul quartiere. A cercare i vetrini rimasero i ragazzi durante le loro scorribande, o le coppiette che usavano quelle strade semi abbandonate per appartarsi. Nell'ultimo periodo il Comune ha concesso a Caltaqua, la società che si occupa del servizio idrico, di usare un'area come deposito mezzi. Sono quelli precipitati in fondo alla frattura.

murales blu niscemi sante croci

Il murales dell'artista internazionale Blu contro il Muos nel quartiere Sante Croci di Niscemi

La frana del 1997

La notte del 12 ottobre 1997 a molti niscemesi sembrò che fosse arrivato un terremoto. Era una frana, che si estese per 1,5 chilometri colpendo il versante Sud e costringendo all'evacuazione 400 persone. Piccola in confronto a quello che sta avvenendo in questi giorni. Diciassette giorni dopo, l'allora ministro dell'Interno Giorgio Napolitano individuò gli interventi urgenti da fare. Fu nominata una commissione tecnico scientifica che divise le responsabilità: il Comune soggetto attuatore per le opere di urbanizzazione necessarie (abbattimento di 96 immobili dichiarati inagibili, delocalizzazione degli sfollati, realizzazione di servizi nel nuovo quartiere); la Regione siciliana, invece, avrebbe dovuto farsi carico della messa in sicurezza del versante franoso.

Nelle casse del Comune piovono 19,5 miliardi delle vecchie lire: vengono realizzati parziali abbattimenti, ma soprattutto si pensa a costruire due grandi opere - un centro socio culturale oggi trasformato in uffici comunali e un asilo nido - nella zona di Piano Mangione dove avrebbero dovuto trovare sistemazione gli evacuati. Nel nuovo quartiere, però, non si trasferirà mai nessuno degli sfollati da Sante Croci che troveranno autonomamente altri alloggi, grazie anche ai ristori ottenuti. Paradossalmente il cerchio si sarebbe dovuto chiudere pochi giorni prima dell'ultima frana: il 19 dicembre del 2025 la protezione civile regionale trasferisce 4 milioni di euro al Comune per completare «la demolizione e la delocalizzazione degli immobili compresi nella fascia “gialla” di 50 metri prevista dalla C.T.S., a seguito dello studio della frana del 1997». Soldi che servono per pagare il saldo alle famiglie risarcite ancora parzialmente perché proprietari di seconde case nella zona franata e per ultimare le demolizioni, che sono ancora una ventina.

Ad affrontare le cause del movimento franoso e provare a contenerne gli effetti sarebbe dovuta essere la Regione, sul cui bilancio a partire dal 2008 vengono trasferite le residue somme stanziate da Roma dopo la prima frana, pari a 11 milioni di euro. «Nel ‘97 - scrive l'ingegnere Tuccio D'Urso - ero a capo della Protezione civile e grazie ad una ordinanza di Franco Barberi (nominato commissario straordinario per l'emergenza ndr) intevenimmo per la frana di Niscemi immediatamente. Commissaria la Prefetta di Caltanissetta Giannola. Finita l’emergenza si bloccò tutto. Le cause? Premesso che su quel versante non si sarebbe mai dovuto costruire, ma si accertò che la concausa erano e sono le infiltrazioni di acque di pioggia e degli scarichi fognari. Sì iniziò a pianificare e realizzare la rete fognante nonché una serie di canali di gronda. Come tante volte anche allora fui allontanato dalla Protezione civile in malo modo».

Il progetto mai realizzato

Nel 2006 viene approntato il progetto per realizzare interventi di consolidamento della frana con particolare riferimento alla sistemazione idraulica del torrente Benefizio. Tre anni dopo, i lavori - del valore di circa 9 milioni di euro - vengono affidati a un'associazione temporanea di imprese (composta dalla Comer costruzioni meridionali di Santa Venerina e alla Edilter Costruzioni di Giarratana) che però denuncia cambiamenti rilevanti tra lo stato dei luoghi e le previsioni e chiede un adeguamento contrattuale. Nel 2010 si arriva a una risoluzione del contratto per «gravi ritardi». Ne nascerà un lungo contenzioso che ha fine solo nel 2016. Ma di sistemare il corso d'acqua non ci pensa più nessuno, almeno fino al 2023.

Il torrente Benefizio scorre a valle della collina su cui sorge Niscemi. Trent'anni fa come oggi le acque bianche e nere di metà paese ci finiscono dentro, scorrendo in parte a cielo aperto, perché un depuratore funzionante non c'è. Nel 1997 la frana tranciò in due un impianto appena realizzato ma ancora non entrato in funzione e la struttura fu abbandonata. Tanto che nel 2024 scatta l'allarme per campioni d’acqua prelevati in tre punti della rete cittadina risultati contaminati da infiltrazioni fognarie. A questo si aggiunge l'alta percentuale di dispersione idrica che caratterizza il centro nisseno come molti altri della Sicilia, anche se negli ultimi anni qualcosa è migliorata grazie alla realizzazione di nuovi pezzi di condotta in centro.

La mancata regimentazione delle acque del Benefizio fu individuata come una delle concause della prima frana, eppure non solo i fondi disponibili sono rimasti non spesi, ma nei primi anni 2000 un grande parcheggio di circa due ettari vicino al cimitero cittadino fu asfaltato, impedendo all'acqua di essere assorbita dal terreno e facendola finire proprio sul torrente. Come ricordato dall'ingegnere D'Urso, uno degli interventi individuati dalla Commissione tecnico scientifica era la realizzazione di collettori per l'acqua piovana, mentre per quanto riguarda la rete fognaria già nel 1997 l'allora prefetta di Caltanissetta Isabella Giannola (prima donna ad assumere il ruolo in Sicilia) affidò l'incarico di redigerne il progetto di pianificazione. Ma entrambi gli interventi non sono mai stati realizzati.

«Una cattiva manutenzione dei collettori fognari e idrici - ha spiegato il presidente nazionale dei geologi Roberto Troncanelli - e le perdite dalle reti possono essere importanti concause, perché appesantiscono gli strati superficiali del terreno senza possibilità che quest'acqua possa essere smaltita, rappresentando un elemento di destabilizzazione».

Gli interventi ultimati

Del mega piano previsto vengono realizzati solo due lotti. L'ultimo è un intervento da 3,2 milioni a valere sui fondi Po Fesr 2007/2013 realizzato circa dieci anni fa per arginare il movimento franoso a ridosso della strada provinciale 12, interdetta negli ultimi giorni. Nel 2020 il governo Musumeci interviene con altri 1,2 milioni per realizzare un bypass sempre sulla sp 12. In quell'occasione l'allora assessore alle Infrastrutture Marco Falcone dichiara che, al di là dell'intervento tampone, «si lavorerà a un progetto di consolidamento del versante e di ricostruzione definitiva dell’infrastruttura stradale».

I progetti recenti

Solo nel 2023 la protezione civile regionale guidata da Salvo Cocina riprende in mano il più ampio progetto di consolidamento della frana previsto dopo il 1997 e la sistemazione del torrente Benefizio, il cui valore complessivo viene adesso quantificato in 14,5 milioni di euro.

A ottobre viene nominato come Rup il dirigente della protezione civile Calogero Crapanzano che però va in pensione. Due anni dopo, ad agosto 2025, gli subentra il geologo Paolo Vizzì, sempre interno al dipartimento guidato da Cocina. Ma nessun intervento risulta ancora svolto sul territorio.

Niscemi non riesce a salire neanche sul ricco carro del Pnrr: la missione 2.4 prevede risorse per «la semplificazione e accelerazione delle procedure per l'attuazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico», ma non viene presentato alcun progetto riguardante il centro nisseno.

L'aggiornamento del Pai

Insomma, che la storia di una frana le cui prime notizie risalgono a fine 700 fosse nota a tutti è ampiamente dimostrato. Da ultimo viene messo nero su bianco quattro anni fa, nell'aggiornamento del Pai, il piano di assetto idrogeologico. In quell'occasione il livello del rischio geomorfologico in alcune zone di Niscemi viene ulteriormente elevato rispetto a quello codificato nel precedente piano.

Il 5 maggio del 2021, a seguito di un sopralluogo congiunto tra tecnici del Comune e dell'Autorità di bacino regionale (alle dirette dipendenze della presidenza della Regione in quel momento guidata da Nello Musumeci), viene constatato che «il versante occidentale della collina è caratterizzato da processi morfogenetici intensi che danno luogo a numerose incisioni irregolari, lungo le quali si esplica una forte attività erosiva. L’azione erosiva delle acque incanalate risulta aggravata dallo scarico dei reflui lungo le incisioni». E ancora: «Sulla zona della sp 12 il movimento è ancora attivo, i fenomeni erosivi in atto ad opera delle acque di ruscellamento defluenti lungo l’incisione torrentizia risultano amplificati dalle acque reflue che continuano a scaricare». Viene infine individuata, a scopo preventivo e precauzionale, «una fascia di 20 metri quale area di probabile evoluzione del dissesto». Purtroppo una previsione troppo ottimistica.

La velocità del Muos

Prima di essere il paese della frana, Niscemi per l'opinione pubblica nazionale è stato il paese del Muos, il sistema di comunicazione satellitari a fini militari, attivo dal 2016, che gli Usa hanno scelto di installare in quattro angoli del globo, tra cui il piccolo centro nisseno. Negli stessi anni in cui i progetti di consolidamento della frana finivano nel dimenticatoio, le parabole ottenevano tutte le autorizzazioni necessarie, nonostante si trovino nella riserva naturale della Sughereta e superando le proteste dell'ultimo grande movimento di protesta di massa che si è visto in Sicilia.

Di recente all'interno della base americana è nato un problema assai simile a quello che colpisce l'intero paese: è necessario - scrive l'ufficio dei dei lavori pubblici della stazione aeronavale di Sigonella, competente anche sulla base di Niscemi- «contenere i fenomeni erosivi che hanno interessato la zona sud della base dove è localizzata l’area antenne». Serve in sostanza provvedere alla «risagomatura della scarpata antistante il piazzale sul quale sono posizionate le antenne, mediante l’utilizzo di terre rinforzate adeguatamente dimensionate, per consentire un corretto deflusso delle acque superficiali ed evitare di avere in futuro ulteriori fenomeni erosivi».

La richiesta di attivare la procedura di Valutazione di impatto ambientale viene presentata alla Regione il 23 aprile del 2025. A luglio viene investita la Commissione tecnico scientifica che nel giro di due mesi acquisisce tutte le autorizzazioni necessarie e rilascia parere positivo con alcune prescrizioni. Il 15 settembre l'assessora al Territorio Giusi Savarino dichiara chiuso favorevolmente il procedimento. Una velocità inconsueta in Sicilia. Peccato - verrebbe da dire - che la frana che minaccia di fare scomparire Niscemi non abbia la bandiera a stelle e strisce.

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