l'inchiesta
Il dirigente regionale arrestato tenuto in assessorato oltre la pensione. «La sua famiglia è una casta potente...»
Giancarlo Teresi avrebbe dovuto smettere di lavorare a settembre del 2025, ma ha continuato a collezionare incarichi. Nonostante un processo già a suo carico e parentele mafiose
Giancarlo Teresi sarebbe dovuto andare in pensione l'1 settembre del 2025. Ma il dirigente dell'assessorato Infrastrutture - arrestato nell'inchiesta della Procura di Palermo con l'accusa di corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa nostra - non solo è stato invitato a rimanere negli uffici regionali fino al raggiungimento dei 70 anni, ma è stato promosso: nell'ultimo anno e mezzo ha ottenuto la direzione dell'Area 4 Affari generali del dipartimento e, ad interim, la guida del servizio 5 sulle Politiche urbane e abitative. Tutto senza perdere i vantaggi di ricoprire i ruoli di Rup e responsabile della sicurezza in importanti appalti che gli ha dato il precedente incarico, quello di dirigente del servizio Infrastrutture marittime.
Eppure Teresi, mentre tutto questo avveniva, era già a processo per corruzione. Nel 2020, infatti, quando era a capo del Genio Civile di Trapani, avrebbe favorito un imprenditore nell'appalto per i lavori di dragaggio del porto di Mazara del Vallo. Tuttavia nessuno alla Regione ha pensato di togliergli dalle mani la gestione di appalti per diversi milioni di euro, limitandosi a dare per buona l'autocertificazione che Teresi puntualmente presentava in cui dichiarava l'insussistenza di situazioni di cause di inconferibilità ed incompatibilità.
Non solo, qualcuno di peso lo ha anche spinto a restare al suo posto. «Senti una cosa ma…tu la domanda l'hai fatta?», gli chiedeva il direttore generale dell'assessorato alle Infrastrutture Salvatore Lizzio, nell'avvicinarsi della scadenza del suo contratto. «No, la devo fare, prima di fare la domanda aspetto direttive», rispondeva l'indagato. «E perché non la fai?», lo incalzava Lizzio appoggiato da un altro direttore generale: Duilio Alongi, messo dal presidente Renato Schifani a capo della task force che coordina tutti gli interventi sulla frana di Niscemi e sul post ciclone Harry. «Falla subito! domani mattina vieni e la fai... fai la domanda per un anno no? Perché mettere il limite a un anno… io ti direi di farla fino a settanta anni, se poi te ne vuoi te ne esci», diceva Alongi. «Va beh... a dici tu se! va beh io la faccio, faccio la domanda e la faccio sempre a te Salvo, è giusto?», si informava Teresi. «Certo la fai a me».
E così fu. Il 19 agosto 2025, dieci giorni prima della pensione, il dirigente già a processo per corruzione, viene prorogato fino all'11 gennaio 2027. Fa in tempo a mettere il naso in un nuovo appalto: è verificatore della messa in sicurezza del porto dell'isola di Marettimo. Tre mesi dopo, il 19 novembre, viene spostato alla direzione generale dell'Area 4 Affari Generali, contratto fino al 31 agosto 2027. Con una precisazione, gli incarichi precedenti non si toccano: «Si ravvisa la necessità di un ulteriore periodo transitorio per coordinare le attività operative per le funzioni di rup, coordinatore della sicurezza, supporto al rup per le attività del Servizio 6 ed altro, nonché per le procedure informative e formative a supporto degli altri funzionari del Dipartimento e dell’Assessorato».
Ma di Teresi ci si può fidare. Ed ecco un ulteriore incarico, stavolta ad interim: il 16 gennaio viene nominato dirigente del Servizio 5, sempre dell'assessorato Infrastrutture, per occuparsi anche di Politiche urbane e abitative.
Qui ritrova Francesco Mangiapane, funzionario che insieme a lui è indagato nella nuova indagine della Procura di Palermo. Come direttore dei lavori nell'appalto per il porticciolo di Marina di Selinunte, insieme a Teresi, è accusato di corruzione aggravata dall'aver favorito Cosa Nostra.
I magistrati ricordano che, seppure Teresi non sia mai stato imputato per reati di mafia, «chi lo conosce bene, ritiene che la famiglia Teresi sia parte integrante di una potente "casta"; vanterebbe, in sostanza, appoggi e protezioni importanti». Giovanni Teresi, il padre del dirigente, è stato un mafioso vicino al boss Stefano Bontade, morto in carcere mentre scontava una condanna definitiva a otto anni di reclusione. Anche la madre è «imparentata con la famiglia mafiosa dei Bontade», mentre la sorella è l'ex moglie di Pietro Bisconti, «condannato per gravissimi reati attinenti alla criminalità organizzata di stampo mafioso per i quali è rimasto detenuto in carcere dal 2001 al 2005».


