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La mafia negli appalti della Regione: cosa c'è nell'inchiesta che ha travolto il super burocrate Iacolino

Manager della sanità accusato anche di concorso esterno: sequestrati 90mila euro in casa. Coinvolti il dirigente Teresi e il capomafia di Favara Vetro. I pm: «Totale disponibilità» rispetto a Cosa Nostra

11 Marzo 2026, 08:46

14:32

La mafia negli appalti della Regione: cosa c'è nell'inchiesta che ha travolto il super burocrate Iacolino

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Carmelo Vetro è un mafioso di Favara, massone e figlio di un capomafia. Quando i dirigenti regionali Salvatore Iacolino e Gianfranco Teresi gli aprono le porte della Regione - introducendolo o favorendolo presso deputati, direttori sanitari, vertici della protezione civile - lui ha da poco finito di scontare una pena a 9 anni di reclusione. E riprende il filo di quello che aveva lasciato: lavori, appalti, corruzione. A livelli altissimi. Fino ai vertici dei due assessorati più ricchi della Regione: la Sanità, dove Renato Schifani ha voluto e difeso "l'esterno" Iacolino al vertice del dipartimento della Pianificazione strategica, e le Infrastrutture, dove Teresi ha diretto il servizio Infrastrutture Marittime e Portuali nonostante un processo per corruzione in corso, figlio di un'inchiesta del 2020.

Per i pm, il legame tra Vetro e Iacolino, entrambi di Favara, è «connotato da una totale disponibilità» del potente manager della sanità «nell'assecondare le richieste» del mafioso, che ha bisogno di aiuto per «le esigenze economiche e le prospettive imprenditoriali della Ansa Ambiente», società a lui riconducibile che si occupa di trasporto e smaltimento di rifiuti. Iacolino sa chi è Vetro e sa che Ansa Ambiente è di fatto la sua, annotano gli inquirenti. Per questo il manager è accusato dei reati di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. D'altronde è difficile essere di Favara e non conoscere la famiglia Vetro: Giuseppe, il padre, è «mafioso di vertice della provincia agrigentina» e Carmelo, «a disposizione di Cosa Nostra fin dalla tenera età», «ha messo a frutto consolidati, variegati e allarmanti rapporti derivanti dalla risalente e attuale appartenenza alla massoneria, vero e proprio collante tra le più diverse componenti della società».

In particolare fa parte della «Gran loggia d’Italia degli antichi liberi accettati muratori», che già in passato in Sicilia aveva intrecciato il suo nome a quello di Cosa Nostra. Nonostante il curriculum, vengono documentati «numerosi incontri» tra Vetro e Iacolino, anche in sedi istituzionali. Il dirigente e politico (ex parlamentare europeo di Forza Italia) in primo luogo avrebbe aiutato il mafioso «per le esigenze economiche e le prospettive imprenditoriali della Ansa Ambiente», permettendogli di «rinsaldare rapporti interpersonali con figure apicali dell’amministrazione regionale, nel settore dei lavori pubblici e della sanità».

Ad esempio, nel tentativo di favorire a Messina una società con cui Vetro fa affari, Iacolino introduce il mafioso agrigentino ai vertici dell'Asp dello Stretto. In cambio il burocrate avrebbe ottenuto assunzioni di persone da lui segnalate e finanziamenti in precedenti campagne elettorali. Tanto da riuscire, sempre tramite il dirigente, a interloquire con Bernardette Grasso, deputata regionale di Forza Italia e vicepresidente della commissione Antimafia che avrebbe segnalato al mafioso nomi da assumere, e con il capo della protezione civile regionale Salvo Cocina.

L'altro grande protagonista dell'inchiesta è Gianfranco Teresi, arrestato con l’accusa di corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Dirigente regionale dal lunghissimo curriculum, ha l'età per andare in pensione ma è stato recentemente prorogato e a gennaio assegnato ad interim al Servizio delle Politiche urbane e abitative. Tutto nonostante un processo in corso per corruzione: nel 2020, quando era a capo del Genio Civile di Trapani, avrebbe favorito un imprenditore nell'appalto per i lavori di dragaggio del porto di Mazara del Vallo. Ma Teresi, nel ruolo ricoperto per anni di dirigente del servizio Infrastrutture Marittime, ha continuato a occuparsi di bandi milionari e di porti, anche come Rup e coordinatore della sicurezza. E, secondo la Procura di Palermo, il copione della corruzione si sarebbe ripetuto tale e quale. Con l'aggravante che stavolta tra gli imprenditori avvantaggiati in cambio di tangenti ci sarebbero due mafiosi: al solito Vetro si aggiunge Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro e condannato per il reato 416bis. Gli episodi ricostruiti dall'inchiesta riguardano lavori nei porti di Marina di Selinunte, Donnalucata e Terrasini. Appalti assegnati direttamente da Teresi o in cui il dirigente interviene per imporre subappalti alle ditte vincitrici e accelerare i pagamenti ai suoi protetti, intascando in cambio 60mila euro di tangenti. Un lavoro certosino e meticoloso, per cui vale la pena lavorare pure la Vigilia di Natale.

Queste somme adesso sono state sequestrate per ordine del giudice. A differenza di Iacolino - per cui è tutto subordinato all'interrogatorio di venerdì - per il dirigente delle Infrastrutture il giudice ha agito «in deroga». L'arresto e il sequestro sono stati disposti prima di chiamarlo in Tribunale, per «la spregiudicatezza e le capacità nel crimine manifestate», per cui «si ravvisa il pericolo che possa compromettere il quadro probatorio acquisito e pregiudicare gli ulteriori approfondimenti».

A maggior ragione per un episodio avvenuto durante le indagini. Il 20 agosto del 2025, negli uffici dell'assessorato alle Infrastrutture, Vetro consegna a Teresi l'ennesima tangente. Scesi in strada, i due sono fermi a parlare in auto. Un passante si avvicina e li avvisa: «C'è un soggetto che fotografa la vostra macchina». Scatta il panico. «Sbirro sicuro è», sentenzia Vetro. Ma è Teresi a rimanere più lucido del mafioso, gli indica le manovre per provare a rintracciare il misterioso uomo. E a un certo punto scende dall'auto per andare personalmente a cercarlo. Quello che avviene dopo lo racconterà più tardi lo stesso Vetro al cognato Antonio Lombardo (pure lui indagato): «Il bastardo (Teresi ndr) ha quegli occhiali Rayban con fotocamera e videocamera... è arrivato davanti a questo e ha cominciato a fare (fotografare ndr)».

 

«Mi chiedo - continua Vetro - perchè tutto questo ambaradan? Quello di dimostrare che (il dirigente) si accompagna con gente mafiosa». Da lì parte persino una controindagine che arriva a individuare origine e identità del poliziotto. E va oltre: poche settimane dopo il mafioso spiffera al dirigente che il suo telefono è intercettato. Una talpa lo aveva informato.