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MILANO

«Ho perso la testa quando l'ho visto morire»: il poliziotto siciliano Carmelo Cinturrino confessa così l'omicidio di Rogoredo

L'assistente capo accusato di aver ucciso Abderrahim Mansouri ha risposto a tutte le domande del gip e del pm

24 Febbraio 2026, 15:39

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«Ho perso la testa quando l'ho visto morire»: il poliziotto siciliano Carmelo Cinturrino confessa così l'omicidio di Rogoredo

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È durato circa due ore l'interrogatorio di convalida di Carmelo Cinturrino, l'assistente capo della polizia originario di Alì Terme, in provincia di Messina, accusato di aver sparato e ucciso il pusher marocchino Abderrahim Mansouri il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo, a Milano. Il poliziotto è recluso da ieri nel carcere di San Vittore, dove questa mattina ha risposto alle domande del gip Domenico Santoro e del procuratore capo Marcello Viola.

Ad attendere i giornalisti fuori dal carcere c'era il suo legale, l'avvocato Piero Porciani, che ha tracciato un quadro preciso di quanto emerso nell'aula. «Il ragazzo ha confessato tutta la situazione, è pentito. Ha ammesso tutte le proprie responsabilità e chiede scusa a tutti, soprattutto a quelli che si sono fidati di lui», ha dichiarato il difensore. Cinturrino avrebbe spiegato di aver esploso il colpo per paura, salvo poi perdere completamente lucidità nel momento in cui si è reso conto che Mansouri stava morendo. «Sa bene cosa accade a loro quando sparano», ha sottolineato Porciani, spiegando le ragioni del successivo tentativo di depistaggio. «Ha tentato di mettere una toppa».

La toppa in questione è la pistola trovata accanto al corpo del pusher dopo la sparatoria, un elemento che aveva fin da subito sollevato i sospetti degli inquirenti. Cinturrino ha ammesso di averla collocata lui stesso vicino al cadavere, e ha rivelato da dove proveniva quell'arma: si trattava di una replica, una pistola giocattolo che aveva trovato per strada in zona Lambro, ancora prima del Covid, e che aveva tenuto con sé senza denunciarla. «Un'arma giocattolo non si denuncia», ha spiegato il legale. Per recuperarla, il poliziotto avrebbe ordinato a un collega di recarsi al commissariato Mecenate a prenderla. Cinturrino ha inoltre sostenuto che tutti gli agenti presenti quella sera in via Impastato — ad eccezione dell'unica donna del gruppo — lo avrebbero visto prendere qualcosa dalla macchina e avvicinarsi al corpo di Mansouri, pur precisando di non aver toccato il cadavere e di aver chiamato i soccorsi immediatamente dopo il colpo.

Il poliziotto ha anche negato uno degli elementi più gravi della contestazione: di aver mai chiesto il pizzo agli spacciatori. E sulla pistola giocattolo, Porciani ha tenuto a precisare che si trattava di «un'arma che non doveva essere tracciata», ribadendo la versione del ritrovamento fortuito. Quanto al martello trovato in suo possesso, che aveva fatto molto discutere, il difensore ha offerto una spiegazione pragmatica: «era un martelletto che usava per dissotterrare la droga che i pusher nascondono nel boschetto. Qualche volta aveva anche una paletta».

Riguardo alla vittima, Porciani ha chiarito che tra i due non c'era alcuna relazione personale: Cinturrino «non conosceva personalmente Mansouri, lo conosceva in foto, in quanto era una persona segnalata come spacciatore». Nelle prossime ore il gip Santoro dovrà decidere sulla convalida del fermo e sull'eventuale conferma della misura cautelare del carcere per l'assistente capo, che risponde dell'accusa di omicidio volontario.