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il conflitto nel medioriente

In due giorni colpiti 1.000 obiettivi sul suolo e ora il Pentagono non esclude le truppe di terra

Operazione Epic Fury: colpi in profondità, morte di Khamenei, i bersagli neutralizzati e il rischio di un'invasione terrestre

02 Marzo 2026, 19:14

20:48

In due giorni colpiti 1.000 obiettivi sul suolo e ora il Pentagono non esclude le truppe di terra

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Nessuna "guerra lampo", nessuna illusione di "perdite zero" e, soprattutto, nessuna opzione scartata a priori, compreso l'impiego delle forze di terra. Al terzo giorno dell'Operazione "Epic Fury", l'amministrazione americana guidata da Donald Trump mette in chiaro la sua nuova dottrina militare: colpire in profondità, azzerare le capacità offensive di Teheran e prolungare la campagna per settimane, senza alcun limite temporale autoimposto. In una spiazzante conferenza stampa tenutasi il 2 marzo 2026, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha delineato i contorni di un'offensiva imponente, segnata da un evento destinato a stravolgere gli equilibri dell'intero Medio Oriente: l'uccisione della Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei.

Una pioggia di fuoco: oltre mille obiettivi neutralizzati

Nelle prime 48 ore di conflitto, i comandi statunitensi hanno rivendicato la distruzione di oltre 1.000 bersagli sul territorio iraniano. Nel mirino sono finite unità navali, basi missilistiche, infrastrutture nevralgiche dei Pasdaran (IRGC), cantieri sottomarini e nodi di comando e controllo.

L'apparato bellico dispiegato dal Pentagono non ha precedenti recenti: oltre 100 velivoli impiegati nelle ondate iniziali, tra cui bombardieri strategici B-2 impegnati in missioni da 37 ore, caccia F-16, F-22 e l'esordio operativo di una nuova generazione di droni monouso. L'obiettivo, ha spiegato il generale Dan Caine, capo dei Capi di Stato Maggiore, è "disarticolare la capacità iraniana di colpire con missili balistici" e degradare in modo irreversibile la filiera missilistica e nucleare. A supporto delle operazioni, gli Stati Uniti avevano precedentemente riposizionato oltre 150 velivoli e due gruppi d'attacco con portaerei (la USS Gerald R. Ford e la USS Abraham Lincoln) tra il Mediterraneo e il Mar Arabico.

Il nodo "Boots on the Ground" e lo spettro dell'invasione terrestre

Il punto più politicamente infiammabile della campagna militare è l'eventualità di un'invasione terrestre. Alla domanda se forze americane fossero già sul suolo iraniano, Hegseth ha risposto negativamente, ma si è rifiutato di vincolare le scelte future. "Non ci impantaneremo", ha garantito il capo del Pentagono, tracciando una netta linea rossa comunicativa per assicurare che l'operazione non si trasformerà in "un'altra Iraq" o in una "guerra senza fine". Tuttavia, il presidente Trump ha confermato che l'invio di soldati sul terreno potrebbe avvenire "se necessario", mantenendo un'ambiguità calcolata che lascia aperta la porta all'escalation.

Le prime perdite, il fuoco amico e i cortocircuiti strategici

La realtà del campo di battaglia, intanto, ha già presentato un conto drammatico. Il 1° marzo le autorità hanno confermato la morte di quattro militari statunitensi, vittime dell'ondata di ritorsioni iraniane che è riuscita a bucare lo scudo antimissile. A questo si aggiunge un grave incidente di "fuoco amico" in Kuwait: tre caccia F-15 americani sono stati abbattuti per errore dalla stessa rete di difesa alleata, in un teatro operativo descritto come "estremamente saturo", sebbene i sei aviatori siano miracolosamente sopravvissuti. La risposta di Teheran si è estesa su molteplici fronti regionali (Iraq, Kuwait, Bahrein, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti), dimostrando la geometria multinodale del conflitto.

Oltre all'attrito militare, emerge una forte frizione politica interna. Hegseth ha smentito che l'obiettivo dell'operazione sia il "regime change", una dichiarazione che stride apertamente con i messaggi di Donald Trump, il quale ha evocato la "libertà per l'Iran" come fine ultimo. Questa contraddizione solleva urgenti interrogativi al Congresso americano sull' "exit strategy" e sui reali criteri per dichiarare conclusa la missione.

Il "Day After" e le ricadute economiche globali

L'uccisione dell'ayatollah Khamenei rappresenta la variabile impazzita del conflitto: la sua morte innesca feroci lotte di successione, aprendo enormi incognite sulla tenuta istituzionale dell'Iran e sulla gestione politica del "day after".

Parallelamente, l'ombra della guerra si allunga sull'economia globale. I mercati finanziari tremano di fronte all'ipotesi di prolungate interruzioni lungo lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico. Con asset navali iraniani colpiti e porti sotto stress, gli operatori stanno già prezzando un'altissima volatilità sul greggio. Mentre Hegseth celebra la "più letale e precisa campagna aerea della storia", il mondo guarda con apprensione a un conflitto che rischia di generare effetti a catena incalcolabili sull'intera regione.