la guerra
L'Iran e le parole che spiazzano le diplomazie: «Non ci arrenderemo mai, ma ci scusiamo con i Paesi del Golfo per gli attacchi»
La Repubblica Islamica col presidente Masoud Pezeshkian lancia un messaggio ai vicini: «I nostri obiettivo sono solo americani»
Mentre una colonna di fumo si leva dal quartiere di Al Barsha di Dubai, la televisione di Stato iraniana diffonde un messaggio che spiazza le cancellerie di mezzo mondo. Il presidente Masoud Pezeshkian pronuncia una parola quasi inedita nel lessico strategico di Teheran: "scuse". Si rivolge ai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, promettendo di interrompere gli attacchi a condizione che dai loro territori non partano offensive contro l’Iran. Nella stessa dichiarazione, tuttavia, chiarisce la natura dell’apertura: Teheran "non si arrenderà mai" a Stati Uniti e Israele e le basi americane nella regione restano "obiettivi legittimi".
È la geopolitica del doppio registro: una distensione tattica per evitare un fronte arabo compatto, accompagnata da una sfida diretta a Washington e Gerusalemme per mantenere viva la narrativa della "resistenza".
La replica della Casa Bianca è immediata: se l’Iran non accetterà una "resa incondizionata" (definita da Teheran un "sogno" irrealizzabile), "verrà colpito molto duramente".
Nonostante l’inedita apertura verso il vicinato, la realtà sul terreno, giunta alla seconda settimana di guerra regionale, racconta altro. A Dubai le autorità confermano la morte di un automobilista, ucciso dai detriti di un’intercettazione aerea su Al Barsha: l’ennesima vittima di una pioggia di droni e missili che l’Iran sostiene mirata esclusivamente contro asset statunitensi. Le ripercussioni si abbattono subito sul traffico aereo: il Dubai International Airport (DXB) sospende temporaneamente le operazioni per ragioni di sicurezza, innescando un effetto domino che coinvolge compagnie come Emirates e flydubai e scali da Doha ad Abu Dhabi, fino a Kuwait City. Nelle prime 72 ore di conflitto si contano oltre 12.000 cancellazioni in sette principali aeroporti mediorientali, con un duro colpo alla reputazione della regione, e in particolare di Dubai, come "rifugio sicuro" per turismo e logistica globale.
I Pasdaran (Forza Quds e IRGC) rivendicano una serie di attacchi contro obiettivi militari, inclusa l’area di Juffair a Manama, in Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta della Marina statunitense. Mentre la propaganda filo-iraniana parla di centinaia di vittime americane, il Pentagono e le autorità bahreinite riferiscono di danni limitati alle infrastrutture e nessuna perdita tra i militari USA, pur bloccando le partenze delle famiglie dei soldati e innalzando il livello di allerta.
Il vero barometro dell’economia di guerra è però lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale attraverso cui transita circa il 20% del greggio trasportato via mare a livello globale. Dalla fine di febbraio, il traffico di petroliere e gasiere è in picchiata. L’agenzia marittima americana (MARAD) ha intimato ai mercantili statunitensi di mantenersi ad almeno 30 miglia nautiche dalle unità militari per evitare il fuoco incrociato, mentre i premi assicurativi sono schizzati alle stelle. I Guardiani della Rivoluzione affermano inoltre di aver colpito una "petroliera americana", innalzando il rischio operativo a livelli considerati "critici". Mentre si consuma una logorante guerra di attrito e di logistica, il botta e risposta tra Washington e Teheran continua a tradursi in raid notturni su Isfahan e altri siti sensibili, con Hezbollah e milizie alleate pronte a infiammare nuovi teatri. Nel Golfo, divenuto l’epicentro di una crisi dai contorni indefiniti, ogni tregua si rivela drammaticamente provvisoria.

