il caso
La Arctic Metagaz è a sole 12 miglia da una piattaforma petrolifera: ora l'Europa teme un disastro ambientale senza precedenti
La metaniera russa sventrata e senza equipaggio a 12 miglia dalla Bouri: rischio esplosione da gas naturale liquefatto e sversamento di diesel nel mare del Canale di Sicilia
Una bomba ecologica alla deriva nel cuore del Mediterraneo. Da ieri la metaniera russa Arctic Metagaz, sventrata e senza equipaggio, si trova a sole 12 miglia nautiche a est della piattaforma petrolifera Bouri.
Una distanza talmente minima da far scattare l’allarme delle autorità costiere: un impatto con l’infrastruttura offshore potrebbe tradursi in un disastro ambientale dalle conseguenze incalcolabili.
L’odissea di questo colosso è cominciata all’alba del 3 marzo, quando l’unità sarebbe stata colpita da un attacco con droni navali in acque internazionali tra Malta e Libia. Da allora, lo scafo — già segnato da uno squarcio di diversi metri e con la vernice bruciata a poppa — è alla deriva senza equipaggio nel Canale di Sicilia.
A complicare il quadro, la natura stessa della nave: la Arctic Metagaz appartiene alla controversa “flotta ombra” russa, un network sottoposto a sanzioni da parte di UE, Stati Uniti e Regno Unito. L’assenza di un armatore identificabile e di una copertura assicurativa operativa blocca di fatto l’invio rapido di rimorchiatori e squadre di salvataggio commerciale.
Il rischio ambientale è estremo e si manifesta su due fronti. La nave, salpata da Murmansk, trasporta un carico stimato in oltre 60 mila tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL), oltre a ingenti riserve di carburante navale (diesel) per la propulsione.
Tecnici e autorità marittime temono in primo luogo il rilascio del GNL criogenico: a contatto con l’acqua, evaporerebbe all’istante generando una nube fredda altamente infiammabile, con potenziale di esplosione o “flash fire” — un pericolo letale data la prossimità alla piattaforma Bouri. In secondo luogo, un eventuale cedimento strutturale della carena provocherebbe lo sversamento del diesel in mare: a differenza del gas, che svanisce, il combustibile forma pellicole superficiali tossiche e mortali per plancton, fauna ittica e uccelli marini, con il rischio di raggiungere e compromettere habitat costieri nel breve e medio periodo sotto l’azione delle correnti.
La gravità della minaccia ha spinto i capi di governo di Italia, Spagna, Malta, Grecia e Cipro a inviare una lettera urgente alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nell’appello la nave è definita un «rischio imminente e grave» di catastrofe ecologica e si chiede l’attivazione immediata dei meccanismi di protezione civile dell’UE per mobilitare fondi e mezzi.
Intanto l’Italia, in coordinamento con Malta e con gli assetti di sorveglianza dell’operazione europea IRINI, segue la deriva dal cielo e via satellite. Ma la “finestra di opportunità” offerta dal meteo si restringe di ora in ora: serve un intervento tempestivo per agganciare il relitto prima che il mare formato ne spezzi le lamiere o lo spinga contro la piattaforma.


