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Il ministero chiede all'associazione magistrati i nomi dei finanziatori del No: il caso che incendia la campagna referendaria
Una lettera firmata dalla siciliana Giusi Bartolozzi apre un fronte inedito: l’elenco dei donatori del Comitato “Giusto dire No” finisce al centro dello scontro politico
Stamattina nella casella dell’Associazione nazionale magistrati arriva una pec. È firmata dal capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, la siciliana Giusi Bartolozzi (moglie di Gaetano Armao, ex assessore regionale e presidente della Commissione tecnico scientifica della Regione siciliana), e invita l’Anm a “valutare l’opportunità” di rendere pubblici gli “eventuali finanziamenti ricevuti” dal Comitato «Giusto dire No», il soggetto che guida il fronte contrario alla cosiddetta riforma Nordio. Un gesto che per il Partito Democratico profuma di “lista di proscrizione”; per il centrodestra, invece, è un doveroso esercizio di trasparenza a tutela da possibili conflitti di interesse. Nel mezzo, i magistrati: chiamati a difendere la propria autonomia mentre si interrogano su come rispondere.
Che cosa c’è scritto nella lettera e perché arriva adesso
La lettera indirizzata al presidente dell’Anm, Cesare Parodi, richiama un’interrogazione presentata dal deputato di Forza Italia, Enrico Costa. Il testo cita una dichiarazione attribuita al segretario generale dell’Anm: il Comitato «Giusto dire No» avrebbe raccolto “contributi da migliaia di cittadini”, configurando secondo l’interrogante il rischio di un “finanziamento indiretto” dell’associazione dei magistrati da parte di privati. Di qui la “sollecitazione” del Ministero a rendere pubbliche le donazioni, “per una piena trasparenza”.
Non è un fulmine a ciel sereno. Da settimane il tema dei finanziamenti agitava il dibattito: l’Anm ha deciso di sostenere la campagna del “No” anche con proprie risorse e, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, avrebbe approvato uno stanziamento iniziale fino a 500mila euro, al quale si sarebbero aggiunti altri 300mila euro per intensificare l’azione nelle ultime settimane pre-voto. Cifre che, pur controverse, hanno alimentato domande e critiche sulla linea di confine tra attività sindacale e militanza civile.
L’accusa del Pd: “Clima di pressione”. Il Ministero: “Solo trasparenza”
Il primo contraccolpo politico è arrivato dal Partito Democratico. La responsabile Giustizia Debora Serracchiani ha bollato l’iniziativa come “un atto molto grave” che “alimenta un clima di pressione nei confronti della magistratura e dei cittadini che voteranno ‘No’”, chiedendo al ministro Carlo Nordio di chiarire “subito”. Nella lettera, peraltro, via Arenula non impone ma “sottopone alle valutazioni” dell’Anm la pubblicazione dei nomi: un dettaglio formale che, nella sostanza, non attenua l’effetto politico.
Sul fronte opposto, nel perimetro del centrodestra, la richiesta viene presentata come coerente con un principio cardine: la trasparenza del finanziamento della politica (e dei comitati) e la prevenzione di possibili conflitti di interesse nel caso in cui un magistrato si trovasse a giudicare una parte che ha contribuito economicamente alla campagna referendaria dell’associazione cui egli stesso è iscritto. È l’argomento su cui Enrico Costa ha insistito più volte, trasformandolo in un nodo politico e deontologico.
Il punto giuridico: tra privacy, trasparenza e autonomia dei comitati
Qui si colloca il cuore del caso. Il Comitato «Giusto dire No» – promosso dall’Anm, ma soggetto autonomo – raccoglie donazioni private attraverso canali digitali e territoriali. Pubblicare l’elenco nominativo dei donatori chiamerebbe in causa la disciplina su privacy e trattamento dei dati: la legge tutela l’identità dei sostenitori di associazioni e comitati, specie laddove non si configurino obblighi di pubblicità analoghi a quelli previsti per i soggetti politici. Alcune ricostruzioni giornalistiche hanno fatto notare che la stessa Anm potrebbe non disporre integralmente dei nomi, in quanto i flussi economici transitano attraverso il Comitato, che ha una propria governance e propri responsabili del trattamento. In pratica: anche volendo, non sarebbe banale soddisfare l’aspettativa di “piena trasparenza” su base nominativa.
A ciò si aggiunge un profilo sostanziale: l’Anm rivendica da mesi la legittimità di un impegno civile e pubblico contro una riforma ritenuta lesiva dell’autonomia della magistratura. “Non difendiamo privilegi, ma principi costituzionali” è la formula ricorrente nelle uscite del presidente Parodi; per contro, dall’area garantista e dal mondo delle Camere penali si contesta all’associazione dei magistrati un attivismo che sfuma in un ruolo politico. Su questo crinale si giocano le parole e le scelte delle prossime ore.
I soldi in campo: quanto vale la campagna del “No”
Nelle ultime settimane sono circolate cifre consistenti sul “tesoretto” destinato al “No”. Secondo più fonti, l’Anm avrebbe deliberato un plafond complessivo fino a 800mila euro in due tranche (500 mila più 300 mila), da trasferire al Comitato «Giusto dire No» per sostenere materiali informativi, eventi, campagne digitali e iniziative territoriali. La ricostruzione non è stata confermata ufficialmente con atti pubblici dall’Anm, ma è stata ripresa da testate diverse e discussa negli organismi interni dell’associazione. Nel frattempo, in alcune sedi locali dell’Anm si sono moltiplicate iniziative pubbliche di approfondimento, a rimarcare il carattere “civico” e non “corporativo” del fronte contrario alla riforma.
Sul piano della comunicazione, il Comitato «Giusto dire No» ha messo in piedi una rete capillare di comitati territoriali, pagine informative e sportelli fisici, enfatizzando concetti-chiave come la difesa del ruolo del giudice terzo, il rischio di un CSM “smontato” e la critica al sorteggio per la composizione dei nuovi Consigli. La contro-narrazione del fronte del Sì insiste invece sulla promessa di processi più equilibrati, riduzione delle correnti e una più netta distinzione tra magistratura requirente e giudicante.
Il contesto: cosa si vota il 22 e 23 marzo
Nel merito, il referendum del 22-23 marzo 2026 chiede agli italiani se approvare la legge costituzionale – ribattezzata riforma Nordio – che interviene su più articoli della Costituzione, ridisegnando l’assetto dell’ordinamento giudiziario. Tra i punti più discussi: la separazione delle carriere tra pm e giudici; lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due organismi distinti; forme di sorteggio dei componenti; l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare esterna al CSM. Il Parlamento ha approvato la riforma senza raggiungere la maggioranza dei due terzi, perciò è scattata la consultazione popolare senza necessità di quorum.
Sui sondaggi, il quadro è mobile: in diverse rilevazioni condotte tra gennaio e febbraio 2026, il Sì è apparso leggermente avanti, ma con una quota di indecisi significativa. Una variabile che rende ogni episodio di campagna – come il caso della lettera – potenzialmente decisivo nel plasmare percezioni e mobilitazione dell’elettorato.


