L'indagine
Frana a Niscemi: la procura nomina i periti per radiografare i faldoni della collina della paura
Le acquisizioni documentali fra il comune nisseno, Palermo e Roma saranno il cuore dell'inchiesta per disastro colposo aperta dai pm di Gela
Quella sulla frana di Niscemi sarà un'indagine prettamente documentale. E sarà un'inchiesta molto complessa e lunga. Sono decine i faldoni che dovranno essere analizzati dagli investigatori e dai consulenti tecnici già nominati dal procuratore di Gela, Salvatore Vella. Il capo degli uffici giudiziari ha anche istituito, non a caso, un pool di sostituti ad hoc. Le indagini sono stati delegate ai poliziotti del Commissariato di Gela e alla squadra mobile di Caltanissetta. Ieri c'è già stata una prima riunione di coordinamento con i docenti della facoltà di Geologia di Palermo a cui è stata conferita la delicata consulenza tecnica. Il reato ipotizzato è disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Il fascicolo è a carico di ignoti al momento. C'è da capire se emergeranno delle responsabilità penali. Come ha spiegato il procuratore Vella si cercherà «di capire se potevano essere adottate delle contromisure per fermare la frana e non è stato fatto o se addirittura è stato fatto qualcosa, o non è stato fatto, che ha aggravato la situazione».
Gli agenti della polizia sono pronti ad acquisire trent'anni di documentazione. A partire dalla frana del 1997 che riguarda lo stesso versante della collina che si sta sgretolando. Quella croce posta sul costone che sta venendo giù pezzo dopo pezzo ricorda il cedimento di 29 anni fa. Gli atti, i progetti, gli incartamenti sono al Comune di Niscemi, ma anche negli uffici regionali a Caltanissetta che si occupano di rischio idrogeologico. Ma i poliziotti potrebbero andare in missione anche a Palermo (autorità di bacino) e a Roma (Ministero della Protezione Civile). A livello politico i grandi attacchi sono proprio nei confronti di Nello Musumeci, attuale ministro alla Protezione Civile ed ex Presidente della Regione. Musumeci però ha rispedito al mittente le «accuse».
I pm, che la prossima settimana daranno incarico formale a tre consulenti (tutti professori universitari) di svolgere gli accertamenti, tenteranno di ricostruire tutti gli interventi realizzati dal 1997, anno di un altro grosso smottamento del terreno, ad oggi in quel territorio.
Lo scopo è capire se si sarebbe potuto fare qualcosa per impedire l'innesco del crollo del costone che ha lasciato in bilico su un precipizio di 50 metri decine di case e chi, eventualmente, sarebbe stato deputato a intervenire.
Un lavoro complicato visto che in 29 anni si sono susseguite decine di ordinanze di Protezione Civile che dichiaravano lo stato di emergenza nella zona (9 solo tra il 1997 e il 2002) e stanziamenti di fondi per decine di milioni che hanno portato solo a interventi minimi.
I pm, inoltre, cercheranno di accertare se alla mancanza di opere necessarie al consolidamento e alla sistemazione idraulica del torrente Benefizio, rinviate fino al 2023 per diversi motivi, abbiano potuto incidere sull'innesco della frana interventi abusivi dell’uomo: come scarichi o pozzi non autorizzati.
L’indagine dovrà anche fare i conti con i termini (sei anni) di prescrizione del reato.
Ma torniamo all'inchiesta. Il sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti, è sereno sul versante investigativo. «Ho una cartella sul mio computer, gli uffici hanno la documentazione. Inoltre ad ogni anniversario della frana del 1997 ho mandato una lettera al presidente della Repubblica, al presidente della Regione, al presidente del Consiglio, ai capi dipartimento. Peraltro solo a dicembre del 2025 abbiamo ottenuto i soldi previsti nella fase 2 e 3 della frana di 29 anni fa, per cui ci abbiamo lavorato. Ad ogni modo ci confronteremo, non voglio polemizzare. In questa fase noi ci occupiamo dell' immediatezza delle esigenze e dell'assistenza dei cittadini». Sulle polemiche per i progetti di risanamento del costone franato mai partiti e i fondi non spesi il sindaco afferma: «Non cado nelle polemiche, ci sarà il tempo e il modo per chiarire. Tutti mi chiedono delle polemiche ma nessuno mi ha chiesto cosa abbiamo fatto. La nostra amministrazione ha sempre lavorato per questo territorio e per questa città. Più avanti ci confronteremo e chiariremo nelle sedi opportune». Il sindaco è certo che «la frana del 1997 e quella del 2026 sono capitoli completamente differenti e vanno trattati separatamente». «Quella di oggi - dice - è una frana con un fronte di quattro chilometri che si trasforma e cammina. Era prevedibile o no? È difficile anche solo da immaginare. Sono molto curioso di leggere le relazioni scientifiche. Parliamo di un evento dentro l’evento. Abbiamo avuto l’evento del 16 gennaio e quello del 25 gennaio. Sono cose completamente diverse rispetto a quello che abbiamo visto nel 1997. Dobbiamo capire anche che cosa valuterà la perizia. Il 16 gennaio abbiamo avuto un primo evento in un costone e ci siamo attivati per gli interventi ma il 25 gennaio si è aperto uno scenario apocalittico. Si è letteralmente aperta la terra».
Sono pronti a offrire collaborazione all'autorità giudiziaria anche le altre istituzioni coinvolte nel caso.
Intanto si estende l'area da monitorare. «Con decreto disporrò l'estensione dell'area di rischio a tutela della popolazione di Niscemi di circa 25 chilometri quadrati. In questa area sarà imposto il divieto di inedificabilità assoluta». E' la decisione del segretario generale dell'Autorità di Bacino del Distretto idrografico della Sicilia, Leonardo Santoro. La zona rossa resterà invece di 150 metri. Il decreto, che aggiornerà il Piano di Assetto Idrogeologico, si è reso necessario dopo il monitoraggio dei tecnici che, avvalendosi di droni, hanno sorvolato la zona interessata dalla frana. L'area interessata dal decreto si estende a valle del costone crollato.
Sul disastro avvenuto è doloroso il commento di Giuseppe Amato, della segreteria regionale di Legambiente: «Era chiaro già tre decenni fa quanto sarebbe accaduto al fragile territorio di Niscemi. Quella frana, che portò all'abbattimento di 48 case e di una chiesa, non fu presa nella dovuta considerazione. Non c'era altro da fare se non programmare con razionalità l'abbandono dell'area a rischio, lasciare le case dalle quali oggi i residenti sono costretti ad andare via, magari dopo averle ristrutturate. Tra la pianificazione e la fuga, si è scelta la fuga, l'ingresso nell'emergenza. E' evidente che non ci sono opere in grado di contenere lo scivolamento a valle del paese».



