mafia
Parlano di tutto, tranne che di Santapaola: l'imbarazzante silenzio della politica catanese
Asili, convegni, terremoti e referendum: solo la morte del capo di Cosa Nostra non ha trovato spazio. I precedenti di Riina e Messina Denaro
Catania capitale della cultura 2028; la norma per il terzo mandato dei sindaci; gli asili di caseggiato; l'incontro "Donne, innovazione e inclusione"; la crescita di Fratelli d'Italia al sesto municipio; la vicinanza del governo Schifani ai florovivaisti colpiti dal maltempo; il convegno sulla Sicilia hub produttivo e logistico; il terremoto di Ragalna; Marco Pannella a dieci anni dalla scomparsa; il referendum sulla giustizia.
Sono alcuni dei temi su cui la politica catanese è intervenuta dal momento della morte di Nitto Santapaola, quattro giorni fa, il 2 marzo. Ogni mattina centinaia di comunicati e note stampa inondano la posta delle redazioni dei giornali: eventi, polemiche, nascite, morti, nomine, convegni, arresti, appalti, soldi stanziati, risorse sprecate. Su tutto si trova il tempo e lo spazio per intervenire. Per dire qualcosa. Non sulla morte del capo di Cosa Nostra di Catania, che come pochi altri ha segnato la storia e lo sviluppo della città negli ultimi 60 anni. Da 33 lo stragista alleato dei Corleonesi era al regime del 41bis. E lì è morto, con la parentesi finale nel centro sanitario del carcere milanese di Opera.
L'unico commento pubblico di cui si trova traccia è quello di un dirigente provinciale di Italia Viva, Carmelo Finocchiaro. «È morto il boss Nitto Santapaola ma resta tanta strada per fare scomparire anche il suo clan - ha scritto - Liberare Catania e la Sicilia dalla piovra mafiosa è un dovere morale e politico di tutte le forze politiche e dunque noi di Italia Viva chiediamo pulizia delle istituzioni, lotta dura alle mafie, fuori dalle istituzioni i collusi della mafia».
Per il resto, il silenzio. Dagli amministratori locali di Catania, presenti e passati. Dai 36 consiglieri comunali. Dai 15 deputati regionali originari del territorio etneo. Dai quattro parlamentari nazionali. E anche dal mondo delle categorie produttive, delle professioni e dell'associazionismo più ampio sono state poche le riflessioni. Qualcuno avrà ritenuto retorico o superfluo parlare, qualcun altro sconveniente o incoerente. Il risultato è che la fine di Nitto Santapaola è scivolata via senza cogliere l'occasione per analizzare il sistema che lo ha sostenuto per decenni e che ha contribuito a forgiare quello che Catania è oggi: il modello di mafia imprenditrice, accettata e sostenuta perché utile a un pezzo di città.
«Il silenzio della politica e di ampi pezzi della società catanese - commenta Enzo Guarnera, avvocato e presidente dell'Associazione “Antimafia e Legalità” che nei giorni scorsi è intervenuto su questo tema - si può spiegare in molti modi. Col fatto che tra la classe politica sono poche le persone di spessore e con la tensione etica di cui parlava Paolo Borsellino, che oggi viene ricordato in maniera ipocrita e formale per l'anniversario della morte. Alcuni non hanno preso le distanze in maniera chiara dalla criminalità organizzata, con cui una parte della politica continua ad avere rapporti in chiave elettorale. Da avvocato negli anni ho ascoltato 200 pentiti e raccolto numerose confidenze su questi legami senza la possibilità di trovare riscontri. Posso dire con Pasolini "io so ma non ho le prove". Poi c'è un altro mondo sicuramente non colluso che probabilmente sottovaluta, c'è una carenza di analisi di quello che è diventata la mafia. Da qui il silenzio anche sulla morte di Santapaola».
Cosa che non è avvenuta il 17 novembre del 2017, per la morte di Totò Riina. Già nei primi minuti successivi alla notizia e per giorni, dagli amministratori di Corleone fino ai ministri, si registrò una pioggia di commenti. «Riina si porterà via molti segreti», disse l'allora presidente del Consiglio europeo Antonio Tajani. «Torna vivo tutto il dolore per coloro che hanno perso la vita lottando contro di lui e contro il sistema criminale che aveva creato», furono le parole di Renato Schifani, in quel momento alla guida del Senato. «È una parte importante e ingombrante di questa città - commentò l'ex sindaco di Corleone Pippo Cipriani -. Certo non è una notizia che lascia indifferenti i corleonesi, anche se sono in pochi che la commentano»
E ancora, tra gli altri, Matteo Salvini («Devo piangere? Devo dire che mi dispiace? Non ci riesco. Conservo le lacrime per le sue vittime»); il ministro Angelino Alfano («Da oggi l'Italia è migliore»); il sindaco di Palermo Leoluca Orlando («Richiama l'urgenza e la necessità di fare luce su tanti episodi oscuri della storia italiana e siciliana che lo hanno visto coinvolto»). Ma l'elenco sarebbe molto più lungo.
Stesso fiume di parole sei anni dopo, per la morte di Matteo Messina Denaro. A cominciare dalla presidente della commissione nazionale antimafia Chiara Colosimo («È la fotografia esatta della fine di una stagione e dell'inizio di un'altra stagione di mafia»), passando per il sottosegretario Andrea Del Mastro, Matteo Renzi, Pietro Grasso. Fino al sindaco di Castelvetrano Enzo Alfano: «Muore un uomo che ha fatto tanto male alla sua terra - disse - Ci vorranno decenni ancora, prima che culturalmente si ponga fine a una mentalità, a una cultura, talvolta dilagante, di illegalità, di impunità, che lui e i suoi accoliti e altri prima di loro, hanno coltivato per troppo tempo».
A Catania non serve il tempo dell'analisi. Ha già digerito tutto. O forse no.




