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Covid-19

«Papà, quando finisce il Covid?». La risposta e le riflessioni di un genitore per ridare un futuro ai ragazzi

E' il momento di tornare a pensare ai giovani, sacrificati con la scusa - forse non proprio attendibile - di proteggere gli anziani

Di Lorenzo D'Agata

Che stia studiando, che stia guardando la tivù o giocando con la sua console, non passa sera che mio figlio, quasi dodicenne, tralasciando il suo da fare mi chieda: papà, quando finisce il Covid?  Io, in genere, gli rispondo: finirà. Che qualsiasi cosa non può durare in eterno, che c’è sempre un inizio e una fine per ogni cosa.    

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Lui capisce senz’altro il senso delle mie parole, sagace com’è, e poi mi ripete: sì papà, ma, l’emergenza, quando finisce?  A quel punto mi sembra di trovarmi davanti alla disarmante domanda posta a titolo di un libro di Stefano Zecchi: Dopo l’infinito cosa c’è, papà?

È chiaro che la mia risposta è stata sbrigativa e per nulla esaustiva. Ma cosa avrei potuto rispondergli riguardo al contesto che abbiamo vissuto e stiamo ancora attraversando? Gli avrei senz’altro richiesto una domanda di riserva, considerato che, come tantissimi, mi sento disperso in questo mare di confusione, avviluppato nei gangli di ripetuti e ossessivi messaggi mediatici e infastidito da questa ormai ripetitiva classificazione sociale in “no” e “pro”.

Mi accorgo, dunque, che quella risposta – l’emergenza finirà – è attaccata al filo della ragione come una foglia al proprio ramo in autunno, che però poi cade.

E una sera faccio dunque appello alle mie responsabilità, e comincio a discutere con lui in maniera più articolata, dicendogli che ha proprio ragione di essere impaziente e a volere ritornare a vivere come prima; che adesso è passato molto tempo dall’inizio di questa cosiddetta pandemia e che, alla fine, come per ogni cosa, occorre trovare una strada per uscirne, per vivere, occorre creare o trovare uno spazio fisico per potersi incontrare e abbracciare e uno spazio psicologico per ritrovare la giusta, umana e normale dimensione. Uno spazio senza più restrizioni, senza paure, senza mascherine, che per l’intenso loro utilizzo comincia pure ad avvertire un senso di fastidio alla gola, manifestandolo con movimenti e rumori gutturali tipici come quando si ha una sorta di grumo e si prova a liberarsene.

Dopodiché, provo ancora la stessa frustrazione di prima. Perché mi accorgo che davanti alla mente pura, fresca e priva di sovrastrutture e soprattutto di interessi venali come quella di un ragazzo, tali parole non possono che apparire vaghe e prive di senso pratico, perché, riguardo al tempo trascorso dentro a questa dimensione, il venti per cento circa della sua vita è stato occupato da un continuo bombardamento di notizie negative. 

Dopo quelle parole, mi accorgo che il volto di mio figlio cambia espressione, diviene corrucciato - che strano alla sua età - e degli accenni di lacrime si affacciano sul bordo dei suoi occhi, e mi dice: «Questo virus mi ha rovinato la vita, papà».

A quel punto vorrei sprofondare negli abissi, mi verrebbe di dare pugni alla parete o, non so, cos’altro. Perché non so più cosa rispondere! So soltanto che anch’io vorrei che finissero al più presto tutte queste gravose, indefinite e illimitate restrizioni, e che al più presto finisse soprattutto lo show mediatico degli impietosi, dei vanesi, dei narcisi, degli arrivisti, degli slogan e dei ripetitivi discorsi. E vorrei che si ricominciasse a pensare a questi ragazzi, da molto tempo sacrificati con la scusa - forse non proprio attendibile - di proteggere gli anziani. 

Vorrei dunque che adesso si presti attenzione ai giovani, per ridare loro quell’entusiasmo che alla loro età spetta per diritto naturale. Prima che sia troppo tardi, affinché non diventino peggiori di noi.

Arriverà la primavera, i fiori si rinnoveranno e gli alberi rifaranno le verdi foglie, è il momento del ritorno alla vita, non facciamo mai più morire la speranza. Riapriamo ai ragazzi i viali del futuro. 

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