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“Bellini a Puteaux”, in scena gli ultimi giorni del Cigno a Parigi

In scena Piermarco Venditti, nei panni di Bellini, Carlo Caprioli nei panni di Samuel Lewis e Ornella Cerro in quelli della moglie di quest'ultimo. Lo spettacolo racconta gli ultimi mesi francesi di Vincenzo Bellini, coinvolto in un enigmatico triangolo psicologico col suo amico Samuel Levys e la sua attraente consorte

Di Redazione Vivere |

Sabato 13 maggio alle ore 21 debutta al Piccolo Teatro della Città di Catania il dramma “Bellini a Puteaux” di Domenico Trischitta, con la regia di Massimiliano Perrotta. In scena Piermarco Venditti, nei panni di Bellini, Carlo Caprioli nei panni di Samuel Lewis e Ornella Cerro in quelli della moglie di quest’ultimo. Lo spettacolo racconta gli ultimi mesi francesi di Vincenzo Bellini, coinvolto in un enigmatico triangolo psicologico col suo amico Samuel Levys e la sua attraente consorte… fino alla prematura scomparsa a meno di trentaquattro anni. Uno spettacolo pieno di musica e di passioni, che in autunno approderà a Roma. 

Prodotto da La Vetrina dell’Arte, “Bellini a Puteaux” si avvale delle scenografie di Giorgia Casali; dei costumi di Cettina Bucca e della sartoria Il Teatrino di Carmen & Carmen; della collaborazione di Sara Nussberger, Marzia Ingitti, Livia Ribichini. Domenica 14 replica alle 17,30.

Carlo Caprioli e Ornella Cerro

Carlo Caprioli e Ornella Cerro durante le prove di “Bellini a Puteaux”

Il regista Massimiliano Perrotta: «Il tema centrale di questo “Bellini a Puteaux” di Domenico Trischitta, come già del precedente “Sabbie mobili”, è l’ossessione del successo. Si tratta di un “melodramma” allucinato e moderno, dove i fatti scenici ci riportano all’età romantica, ma l’approccio smitizzante è senz’altro nostro contemporaneo. Nell’opera ritroviamo il vitalismo sordido che abbiamo amato in altre pagine dell’autore. Per Trischitta la cifra  di Bellini è la normalità: del sommo musicista catanese la pièce racconta gli splendori del successo ma non tace le miserie della quotidianità, invischiandolo in un triangolo di manipolazioni psicologiche nel quale è al tempo stesso vittima e carnefice. Però, nel febbrile monologo conclusivo, mentre disperatamente prova ad afferrare la vita che gli sfugge di mano, Bellini finisce col dubitare di se stesso, del proprio destino… così approdando alla sua nuda verità di uomo».

Massimiliano Perrotta

Massimiliano Perrotta

L’autore Domenico Trischitta: «Il tema biografico, perché? Per cogliere i momenti essenziali ed emozionanti di un’esistenza, così come è stato per Daniela Rocca in “Sabbie mobili”. Là mi cimentavo con la parabola discendente di una ragazza comune che coronava il suo sogno, vedendolo poi svanire assieme alla sua vita: una vita esemplare da raccontare appunto perché comune, dove aspirazione personale e autoaffermazione si confondono. Perché non provare a raccontare muovendo dall’assunto contrario? Trattare un personaggio mitizzato dai posteri come se fosse una persona semplice, centrando l’attenzione sulla sua condizione di solitudine, sulla sua debolezza, sulla sua meschinità legata all’orgoglio egoistico che l’essere  artista necessariamente impone. E perché non provare con Vincenzo Bellini?». «Ma cosa c’era da sfatare? – prosegue Trischitta -. Il mito dei concittadini catanesi che si sono aggrappati alla musica di “Casta diva”, come i piccioni di Piazza Stesicoro alla statua del figlio più illustre della città. Poi la scomparsa prematura e misteriosa che ha alimentato fantasie sulla sua morte: l’avvelenamento, perpetrato negli anni, dalla contessa Samoyloff o quello diabolico dai coniugi Levys… A me tutto questo non interessava, la domanda che a me veniva in mente era un’altra: visse da uomo felice gli ultimi mesi della sua vita? In quanto all’aspetto biografico, la colpa la addebito al mio amico ultracentenario Guglielmo Sangiorgi, che un giorno mi regalò due biografie del Bellini scritte da Francesco Pastura e Guglielmo Policastro. Le lessi tutte d’un fiato, come si fa con i romanzi avvincenti, e ritornai più volte agli ultimi mesi della sua vita: alla villa di Puteaux, alla sua convivenza con i coniugi Levys, alla sua morte improvvisa… A parziale conforto dei miei quesiti lessi due studi belliniani a proposito: uno di John Rosselli e l’altro di Arnaldo Fraccaroli. Tutto questo mi giovò per romanzare, facendolo uscire per una volta dal mito, Vincenzo Bellini… e per restituirlo come un uomo qualunque».

Domenico Trischitta

Domenico Trischitta

Carlo Caprioli, figlio del noto attore Vittorio, si è diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma. Tra gli spettacoli principali: “Giulietta e Romeo con la regia di Giuseppe Patroni Griffi,  “Il ritorno a casa” con la regia di Guido De Monticelli, “La tempesta” con la regia di Glauco Mauri,”Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” con la regia di Luca Ronconi. Tra i film interpretati si ricordano:   “….e ridendo l’uccise” regia di Florestano Vancini e “Ferdinando e Carolina” di Lina Wertmuller. Numerose le sue partecipazioni a fiction televisive.

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