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C’è una Sicilia del vino che investe al Nord «Con il lavoro siamo riusciti a sconfiggere i pregiudizi»

La cooperativa “controcorrente” partita dall’Isola e diventata un vigneto “diffuso” in Puglia, Emilia-Romagna, Abruzzo, Veneto e adesso anche in Lombardia

Di Carmen Greco |

Santa Ninfa (Trapani). Per il mondo del vino siciliano non è una cosa così scontata. Una realtà produttiva che investe al Nord, quando sono i produttori di quel Nord a piazzare bandierine sul “vigneto Sicilia” è una vera “anomalia”. Un’anomalia da 130milioni di euro di fatturato, un milione e 600mila quintali di uva pigiata e un “popolo” di 2.513 soci sparsi in tutt’Italia.Una cooperativa che funziona in Sicilia (prima notizia) e che dal Sud “conquista” il Nord (seconda notizia). Qual è il segreto?«Abbinare la grande forza della cooperazione ad una gestione imprenditoriale – risponde Rosario Di Maria, presidente di Cantine Ermes -. Se da un lato c’è la grande cooperazione e la grande quantità, dall’altro c’è una governance continuativa, sempre gestita dalla nostra famiglia».È partito tutto da?«Mio nonno materno, Rosario Ingrassia che aveva un’azienda vitivinicola fra Castelvetrano e Selinunte. Mio padre Pietro, viticoltore a Santa Ninfa prese il know how del suocero e cominciò a vendere il vino sfuso al di fuori del circondario, nelle taverne a Palermo, dove si consumava al bicchiere. Non bastando le proprie uve le comprava ogni anno, ma alla fine i “fornitori” erano sempre gli stessi così nel ‘98 nacque la cooperativa con l’obiettivo di suddividere il rischio d’impresa fra tutti i soci e avere un’unica amministrazione. Siamo partiti con 9 soci, io a 20 anni sono diventato presidente, mio fratello responsabile commerciale e, alla morte di mio padre, mia mamma entrò nel cda».

Oggi quanti soci siete?«Siamo 2513, sparsi in 6 regioni, Sicilia compresa, Puglia, Abruzzo, Emilia Romagna, Veneto e l’ultima in ordine di tempo, la Lombardia. In base alle regioni ogni socio ha mediamente 5 ettari».In pratica avete un “vigneto diffuso”…«Abbiamo due primati: il più grande vigneto gestito dai soci di un’unica cooperativa che conferiscono in Cantine Ermes l’uva di 13.600 ettari di vigneti. Il secondo, siamo l’unica cooperativa in Italia che lavora fuori regione, in questo caso 5».Le aziende che acquisite mantengono la loro forza lavoro e la loro identità sul territorio?«Il nostro concetto cooperativistico non è andare in un territorio e acquistare un immobile o una cantina, è quello di avvicinare un’azienda che cerca un dialogo con noi per assorbirla e rilanciarla, darle un valore aggiunto mantenendo la parte del capitale umano, i dipendenti e i soci conferitori. Il patrimonio di una cantina sono i soci conferitori. Sostanzialmente per chi lavorava già in quelle aziende non cambia nulla se non il fatto che c’è un’unica amministrazione e un unico settore commerciale».

Perché questo progetto di espansione in tutt’Italia?«Per avere più prodotti, provenienti da regioni diverse in un unico paniere. Solo così possiamo affrontare il peso dei grandi gruppi oggi di proprietà dei fondi d’investimento, non con l’obiettivo di vendere solo prodotto siciliano, ma spaziare dalla Sicilia al Veneto. Questo ci permette di accreditarci come fornitori importanti all’estero, nel contempo facciamo massa critica perché riusciamo a gestire i costi di produzione».In quale regione è stato più difficile sbarcare?«In Veneto sicuramente. Le lascio immaginare 15 anni fa in territorio Lega Nord, dove c’era ancora Bossi che predicava la secessione, che giudizio ci fosse su dei siciliani che volessero investire lì. “Dei siciliani che vengono a investire in Veneto? Chi sono?” Oggi, dopo 15 anni, la nostra cantina a Fontanelle in provincia di Treviso è un esempio straordinario anche per lo stesso Veneto che solitamente è chiuso e concentrato sulla crescita dei suoi produttori».Come siete riusciti a sconfiggere il pregiudizio Sicilia-mafia?«Lavorando giorno per giorno, dando continuità, serietà, dialogo costante, solo così la gente si convince che il progetto ha una sua forza».Il commento che oggi la rende orgoglioso?«Non ci aspettavamo che dei siciliani fossero così puntuali e precisi»

Adesso vi siete lanciati anche in Lombardia…«La guardavamo da sempre con attenzione per i prodotti eccellenti che hanno, pinot nero, moscato, pinot grigio, riesling e buttafuoco. Questa cantina di Canneto Pavese, nell’Oltrepò era all’asta, non c’erano realtà cooperativistiche in grado di subentrare e siamo arrivati noi. In questo caso abbiamo dovuto comprare l’immobile. Avremmo potuto acquistare un’azienda privata in difficoltà, ma il concetto di comprare una cantina con una storia cooperativistica alle spalle per noi è stato anche un segnale per dimostrare al territorio che noi contiamo sulla cooperazione. Questa cantina era una cooperativa che tre anni fa aveva portato i libri in tribunale per sovraindebitamento, i soci si erano dispersi ma adesso che l’abbiamo presa noi stanno tornando. Qualcuno mi ha detto “questa era la cantina dove conferiva mio padre e voglio farlo anch’io…» Stiamo registrando un grande supporto dai produttori dell’Oltrepò» .

I soci siciliani come hanno reagito alla vostra vocazione extraregionale?«Per la prima avventura in Veneto si sono preoccupati. Ci dicevano “Non è che perdete la testa investendo lì o drenando liquidità verso il Veneto?”. A quell’epoca eravamo agli albori del Prosecco, casomai è stato il Veneto ad aiutare la Sicilia se non per valore finanziario, per opportunità commerciale, nel paniere il prosecco è fra i vini più conosciuti e ricercati sul mercato e ci ha permesso di vendere a ruota il Nero d’Avola».Vista la vostra presenza in diverse regioni, la preoccupa la legge sull’Autonomia differenziata?«Per quello che è dato conoscere al momento non credo avremmo difficoltà, alla fine il quartier generale rimane in Sicilia. Mi preoccupa di più la “gestione” del cambiamento climatico nelle diverse regioni».Quante bottiglie producete?«Il nostro core business è per l’85 per cento il vino sfuso, il vino “anonimo” venduto in autocisterne ad altri imbottigliatori che lo etichettano a nome loro. Una volta in Danimarca mi sono trovato davanti lo scaffale di un supermercato in cui su 15 prodotti siciliani con diverse etichette, 12 erano bottiglie di cui noi eravamo i fornitori. Il restante 15% è imbottigliato a nostri marchi».

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