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Le opere pubbliche e la trasparenza

Le opere pubbliche e la trasparenza

Di Domenico Tempio |

Una premessa doverosa. Non possiamo cominciare a parlare di Sicilia e dei suoi problemi, come è nostra intenzione, senza ricordare una tragedia, quella francese, vissuta da milioni di persone. Non è un “buongiorno” o una “buonasera”, rivolto alla gente nei vari talk show, prima di parlare di sangue, di morte, di dolore. Talvolta la consuetudine diventa grottesca e abitua a questi formalismi. L’angoscia suscitata dalle sanguinose giornate parigine dovrebbe servire da monito. Noi siciliani assistiamo quotidianamente agli arrivi in massa di migranti, dove tra tanti poveracci in cerca di pace e di pane, potrebbero nascondersi i fanatici del terrore. Lo sospetta la Procura di Palermo, tanto da allargare l’allarme. Il libro di Khaled Fouad Allam, «Il jihadista della porta accanto», fa, difatti, riflettere. I folli “missionari” di morte, come i fratelli Kouachi, possono sbucare fuori in qualsiasi parte del mondo. Quindi, anche da noi. Tra l’altro abbiamo in casa un focolaio chiamato Sigonella. Fatta questa premessa, passiamo a guardare ciò che accade nella nostra vita quotidiana. Alcune settimane fa parlavamo della Sicilia come di un’isola del tesoro saccheggiata da tanti pirati. L’ennesimo scandalo dovuto al crollo di un viadotto nell’Agrigentino (in vita da appena dieci giorni), conferma ciò. Non è una verità svelata ma la realtà. Racchiusa in un quadro la cui cornice è costituita da una classe politica scadente (sono parole di Rosy Bindi alla commemorazione di Pier Santi Mattarella) e da una struttura burocratica, dal dirigente al tecnico, volutamente inefficiente. C’è da aggiungere, e ciò ci mortifica, una nostra fessacchiaggine, opposta a chi pensa di essere furbo. Ci facciamo infinocchiare da affaristi di tutte le risme. Non avendo una imprenditoria in grado di competere a livello nazionale (l’era dei Cavalieri è tramontata tra sospetti e connivenze), oggi sono altri a fare il bello e il cattivo tempo. La maggior parte viene da fuori. Ciò ci può stare anche bene se realizzano le opere che mancano e procurano lavoro alla nostra gente. Dietro però si nasconde una fuga dalle responsabilità. Come nel caso dello scandalo Scorciavacche, dove è in corso lo scarica barile. Ci vuole sempre un magistrato a sbrogliare la matassa, il cui capo è difficile da individuare. C’è una Cooperativa, Cmc di Ravenna (a proposito neanche un ex come il ministro Poletti ha delle perplessità), che fa da ombrello ad altre imprese. Con l’aggravante che a commissionare i lavori è una azienda di Stato, l’Anas. Che, nel caso del viadotto, è venuta meno alla responsabilità di controllo. Dire poi che si tratti – come ha fatto il presidente Ciucci – di un errore, è troppo facile. Un alibi fatalista al quale i siciliani, purtroppo, sono abituati. La storia del viadotto agrigentino la riproponiamo perché è emblematica di come vanno le cose in Sicilia. C’è una lunga lista di opere a rischio. Andiamo da quelle realizzate con cemento depotenziato fornito dalla mafia spa (vi è incappata persino una caserma di polizia costruita su un terreno sequestrato proprio alla mafia) alla allegra progettazione e alla irresponsabile faciloneria di chiudere presto “l’affare” e incassare i soldi. Complessivamente sarebbero cinquanta le opere a rischio, come i tre tratti per circa dieci chilometri della Agrigento–Canicattì (in futuro, non sappiamo quando, dovrebbe arrivare a Caltanissetta), inaugurati e subito chiusi. Coincidenza vuole che anche in questo caso l’appalto vede in prima fila la Cmc di Ravenna e soci. Esempi utili per capire come la Sicilia sia terra di saccheggio. Quando l’assessore alle infrastrutture Giovanni Pizzo sente ora la necessità di nominare una task force per controllare tutte le opere a rischio, ci chiediamo cosa nel passato in tal senso abbia fatto la Regione. Faciloneria o connivenza? Certamente la parola trasparenza non piace a nessuno. C’è una legge che la impone agli enti pubblici e alle imprese appaltanti. Ci siamo sempre battuti affinché tutte le opere, da loro nascere, dai bandi, alle varie tappe di esecuzione, sino alla conclusione dei lavori, venissero pubblicizzate. Compresi, ovviamente, i costi. Che spesso, dolosamente, salgono a dismisura. Portare ciò a conoscenza dei cittadini è un dovere e, quindi, un obbligo. L’esempio del viadotto di Scorciavacche, di cui non sappiamo ancora di chi sia la colpa, sa di omertà. Dà l’impressione, come accade nelle rapine, che qualcuno, Anas e Regione in testa, si sia prestato a fare da “palo”. «Il pensar male – soleva dire Andreotti – si fa peccato, ma spesso ci si indovina». E lui in questo era un esperto.

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