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La potenza del Velo di Sant’Agata: quando salvò Catania dalla lava

Tra venti giorni esatti le celebrazioni per la Patrona: intanto l'ottava reliquia è già in pellegrinaggio tra le varie parrocchie della città. 

Di Santo Privitera |

«Doppu l’Epifania, Sant’Aita è ppi la via», è vero. Tra venti giorni esatti, si celebrerà a Catania l’evento che tutto il mondo ci invidia. La festa di Sant’Agata è religiosità, arte, devozione, tradizione e storia. Il sacro Velo, è già in pellegrinaggio tra le varie parrocchie della città. 

Quest’anno, prima tappa a Librino. Il popoloso quartiere ha accolto con gioia la reliquia agatina. Da un piazzale del viale Castagnola, la processione si è snodata fino alla parrocchia Resurrezione del Signore, dove l’arcivescovo mons. Luigi Renna ha celebrato la Santa Messa. Nei prossimi giorni, il sacro tour proseguirà per gli antichi monasteri di clausura, altre parrocchie, ospedali e carceri.

Il Velo Agatino sta racchiuso in un prezioso e artistico astuccio a “fiala” in argento sbalzato, commissionato nel 1929 dall’arcivescovo Giuseppe Francica Nava. Si tratta di una striscia di fine stoffa di seta crespa dal colore rosso bruno; ai due lembi esterni vi sono intessuti dei fili d’oro. È lungo quattro metri per una larghezza di cinquanta centimetri. Rappresenta l’ottava reliquia; va ad aggiungersi rispettivamente a quelle “anatomiche” della mano, piede, avambraccio destro, mammella, arto inferiore destro e femori. Il teschio e il torace sono custoditi  all’interno del trecentesco Busto reliquiario opera del senese Giovanni Di Bartolo. Il loro stato di conservazione, dal 1284 è stato testato altre sei volte. L’ultima ricognizione cosiddetta “canonica” avvenne sessant’anni fa, il 3 febbraio del 1963. La solenne cerimonia si svolse all’interno del Duomo, alla presenza delle autorità amministrative e sotto l’attenta regia dell’allora arcivescovo mons. Guido Bentivoglio. Noi qui a Catania lo conosciamo come “Velu di Sant’Aita”, ma il nome originale è “grimpa”. Deriva dall’antico francese  “glimpe” che significa “manto di velo”.  Appartiene pienamente alla santità di Agata. 

La vergine e martire lo indossò durante il rituale cristiano della consacrazione a Dio. “Il velum flammeum” infatti era usato dalle vergini fin dai primi secoli del cristianesimo.  Da esso non volle separarsi mai più: neanche quando venne rosolata tra i carboni ardenti, ultimo atto della sua breve ma intensa vita. Il Velo avrebbe resistito alle fiamme, ci racconta una delle tante leggende sulla Patrona di Catania. Sarebbe stato poi utilizzato per avvolgere il corpo della martire da deporre nel sacello.

L’importanza che riveste la reliquia del velo è fondamentale: oltre l’aspetto religioso, c’è da considerare quello storico. I suoi effetti furono nei secoli miracolosi. Secondo la tradizione, un anno dopo il martirio, ebbe inizio una violenta eruzione. L’Etna comincio a vomitare lava, mettendo a rischio la vita dei catanesi. I boati erano così forti da provocare tremendi scossoni. 

Era il 5 febbraio del 252. Cristiani e non, accorsero al sepolcro della martire per prendere il Velo. Lo fecero con grande rispetto. Dopo una corale preghiera, posero la reliquia davanti alla colata lavica. La lingua di fuoco si arrestò subito. Fu il primo miracolo in assoluto. Il prodigio figura negli antichi libri liturgici. Papa San Damaso lo rievoca e lo ricorda in un suo inno. La storia ci racconta di altri miracoli riguardanti le eruzioni laviche e non solo. Tant’è che Sant’Agata è considerata anche la protettrice degli ustionati.

«Un vero combattimento tra il bene e il male» secondo il viaggiatore francese De Fleury che visitò la città etnea nella prima metà del ‘700. Senza contare i miracoli compiuti contro epidemie e terremoti, il Velo di Sant’Agata per ben nove volte fermò la lava. Tra queste ricordiamo l’eruzione del 1444, quando il monaco domenicano Pietro Geremia, distendendolo davanti al fronte lavico impedì la distruzione di un piccolo villaggio a ridosso di Catania. Da qui, l’attuale toponimo di Sant’Agata li Battiati.

Lo stesso accadde nel 1669 quando la potenza distruttiva minacciò Mascalucia e villaggi limitrofi, dirigendosi rapidamente verso Catania. Guidata dal vescovo Bonadies, l’imponente processione penitenziale del Velo fece ammenda di tutti i peccati. Il magma incandescente cambiò direzione andando verso il mare.

Nel 1886, invece, toccò al Beato cardinale Dusmet condurre in processione la reliquia nel villaggio di Nicolosi che stava per essere travolto dal magma incandescente. Anche quella volta avvenne il miracolo, testimoniato da opere pittoriche e perfino fotografiche. Ancora oggi, nel luogo in cui si arrestò la lava, incontriamo un tempietto votivo costruito a ricordo dello straordinario evento.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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